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Andrea Pirlo, il più grande genio italiano

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Andrea Pirlo, il più grande genio italiano

Nel giro di pochi mesi hanno lasciato il calcio i due più grandi geni e cervelli nella storia del calcio. L’illusionista Andres Iniesta e Andrea Pirlo, semplicemente il più grande centrocampista nella storia del calcio italiano. La metà del talento calcistico mondiale appende le scarpe al chiodo quest’anno, dopo aver inondato il nuovo millennio di un qualcosa che potremo vantare di aver visto coi nostri occhi, per i prossimi 50 anni.

Comincia a volare con le ‘rondinelle’, mettendosi talmente in mostra da attrarre i fari dell’Inter, che lo porta subito in una Milano piena zeppa di fenomeni. Di nome e di fatto, visto che c’è Ronaldo: poi Vieri, Baggio, Seedorf ed una miriade di incompiuti che non riusciranno a rendere grande una delle selezioni nerazzurre più forti di sempre. E nemmeno lui infatti riuscirà a mettersi in evidenza, chiuso dalla giovanissima età e da una personalità ancora in divenire.

Sarà al caldo del Granillo, con la maglia della Reggina, che riuscirà con il compagno di una vita Baronio a rendere meravigliosa una stagione memorabile anche per il club. Quando tornerà a Milano, lo farà sull’altra sponda del Naviglio, quella che gli cambierà la vita. Ma a prendere in mano il suo destino sarà soprattutto un uomo, Carlo Ancelotti, che lo sposterà dalla trequarti alla cabina bassa di regia, davanti alla difesa.

Quella mossa cambierà la vita, a lui e al Milan, che vincerà sotto il cielo di Manchester la sesta Champions League della carriera, come meglio non poteva: ai rigori, contro la Juventus. Da quel momento sarà un’apoteosi fatta di coppe e Scudetti, fino ad un intermezzo caro a decine di milioni di italiani sparsi in tutto il mondo e, in particolare, in Germania.

Perché il n.21 è uno degli eroi del 2006, capace di segnare non a caso il primo gol di quella spedizione leggendaria, che si concluderà coi 500 mila del Circo Massimo, a festeggiare i Campioni del Mondo a distanza di 24 anni dai predecessori del 1982. Lui di quelle notti sarà eroe, maestro e leader silenzioso, capace di portarsi sulle spalle una squadra di operai e fenomeni, ma soprattutto di protagonisti inattesi. Soprattutto quello a cui servirà un assist che solo lui poteva fornire e vedere, dopo 118 minuti di battaglia contro i tedeschi: palla a Fabio Grosso, il resto è storia.

La stagione seguente bisserà la Champions coi rossoneri, fino al Mondiale per Club del mese di dicembre. Non arriverà quel Pallone d’Oro dovuto ad un campione del genere, ma qualche anno dopo le rivalse non mancheranno. Passerà ai rivali di sempre, a quella Juventus che lo accoglierà a braccia aperte, fra qualche perplessità e tanta rabbia dei rossoneri, sfogata su quell’Allegri che ritroverà proprio in bianconero. A 32 anni Andrea si riscopre protagonista indiscusso, vincerà il titolo per ogni anno in cui vestirà la maglia bianconera, fino alla delusione di Berlino, che questa volta anziché dare, toglie: era la finale di Champions, era il Barça dei marziani.

Quando cambierà ancora sarà per assaporare l’ultimo morso della Grande Mela, nel calcio di New York. Nessun titolo, ma un nome portato con onore oltre oceano, facendosi amare dall’immensa folla americana, al punto da proporre progetti tecnici a lui dedicati, oltre che di marketing. Nel frattempo, lui organizza a San Siro un addio al calcio con una miriade di protagonisti che hanno incrociato il suo radioso cammino, vissuto con eleganza, sobrietà e silenzio, sebbene i compagni raccontino un Pirlo sconosciuto ai più, burlone e sfacciato.

Lo hanno amato in tutto il mondo, ma lo abbiamo avuto solo noi: grazie di tutto, Maestro.

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