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C’è stata un’epoca nel mondo del calcio fatta di bandiere, di calciatori attaccati alla maglia, di uomini prima che pensano poco ai soldi e più a scrivere pagine importanti di una disciplina che in tanti ritengono sia solo uno sport. Non può essere così e lo sa bene Andres Iniesta. Non proprio un calciatore qualsiasi, ma un ragioniere del centrocampo, uno che con le sue geometrie ha trascinato per anni sia il Barcellona che la Spagna. Se si pensa al tiki-taka, ancor prima che pensare a Guardiola o al club blaugrana, si pensa proprio a Don Andrés, che probabilmente a fine stagione volerà in direzione della Cina. Prima, però, le ultime fatiche di un calciatore che al “barcelonismo” ha dato tutto. Il 5-0 della finale di Coppa del Re contro il Siviglia di Vincenzo Montella – la trentesima nella storia del club – porta anche la sua firma, in campionato il Barca è destinato a vincere senza particolari affanni. L’unico “neo” di una stagione quasi perfetta per i blaugrana, che in estate avevano salutato tra tante polemiche Neymar, è stata l’eliminazione in Champions League ad opera della Roma. Non è un caso che contro i giallorossi Iniesta a stento aveva trattenuto le lacrime in panchina dopo la sostituzione per una clamorosa eliminazione e che in panchina contro il Siviglia quelle lacrime siano uscite davvero. Copiose, da non commentare per non sminuirne il valore, quasi sorprendenti per un calciatore che non ha mai nascosto le sue emozioni ma che sembrava perfetto. Un giocatore che ha dato tanto al Barcellona e al calcio moderno e che chiuderà la sua carriera in Cina. Come spesso accade, Don Andrés ha rubato la scena, ha incantato in maniera composta, elegante, con un gol capolavoro, con il trofeo numero 33 sollevato negli anni con il Barcellona.

Gli applausi del Wanda Metropolitano, lo stadio dei “nemici” dell’Atletico, il tempio moderno per un idolo d’altri tempi, fanno da cornice perfetta ad una decisione che Iniesta ha già preso da tempo: «La decisione sul futuro è chiara, la comunicherò questa settimana». Nella prossima stagione, Iniesta, secondo quanto riferito dall’emittente PPTV, dovrebbe indossare la maglia del Chiongqing Dangdai Lifan, il cui proprietario ha già acquisito alcune azioni del Granada e del Parma ma è sbarcato anche in NBA con le quote dei Minnesota Timberwolves. Si tratta però più che altro di una scelta personale, che da una parte sorprende, dall’altra chiude un’epoca fatta di trionfi e successi, che darà un nuovo volto ad un Barcellona che quest’anno per la prima volta da 10 anni è tornata a schierare solo calciatori non canterani. Più della scelta, hanno probabilmente sorpreso le parole del tecnico dei blaugrana Valverde, che poi giorni fa aveva dichiarato che «Cose del genere sono sempre successe in passato, ma il club è sempre riuscito ad andare avanti per la sua strada». Parole che stridono con l’attaccamento dimostrato da Iniesta nel corso degli anni e del valore aggiunto che un giocatore del suo calibro ha dato alla squadra. Alla soglia dei 34 anni, Iniesta ha deciso quindi di ripartire da zero, di provare una nuova avventura, a contatto con una nuova cultura, con un modo diverso di fare calcio. Sarà ambasciatore di calcio in Cina e senza dubbio lascerà il segno anche lì, probabilmente anche meglio di quanto hanno fatto alcuni suoi predecessori negli scorsi mesi.

Ci sarà tempo per l’ultima esibizione in blaugrana di Iniesta, per le sue ultime magie a Barcellona ma prima, come ricorda lo stesso centrocampista, c’è da centrare un altro obiettivo, prima del suo “adios” che coincide con un “ni hao” al suo arrivo in Cina. «Adesso voglio godermi questo successo» – ha affermato Iniesta – «Avevo un gran desiderio che tutto andasse per il verso giusto in questa gara. È stata una grande serata da tutti i punti di vista. La squadra e i tifosi meritano un 10. Sono tante le emozioni che sto provando. Sono felice, felice di poter dare questa immagine e soprattutto per il titolo conquistato. Oggi la gente meritava questa gioia».

Quello di Iniesta non sarà un addio totale al calcio giocato, quanto un volersi distaccare dai ritmi frenetici del calcio europeo, con impegni troppo ravvicinati che probabilmente Andrés non riesce più a sopportare. Non se ne andrà da comprimario, da gregario, ma da geometra vincente, da monumento, da trionfatore, da uomo in grado di vincere 32 trofei in 16 anni di Barcellona. Campionati, Champions League, Supercoppe europee e spagnole, Mondiali per Club. Un palmarès mostruoso, a cui manca probabilmente soltanto un pallone d’oro che sarebbe stato meritato. L’ultimo titolo arriverà a breve, visto che al Barca manca solo la matematica certezza per laurearsi campione. Poi saranno lacrime di commozione, arriverà il saluto all’uomo delle 700 maglie blaugrana, al nuovo colonizzatore dell’Oriente calcistico. Sarà 700 volte arrivederci, 700 volte Zàijiàn, Don Andrés.

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