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Champions League

Metodo, scienza e calcolo: la vittoria di Di Francesco

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Eusebio Di Francesco, allenatore della Roma

Imprese come quelle di ieri sera, a Roma, se ne vivono una per generazione. Battere ed eliminare il Barcellona sembrava impossibile dopo il sorteggio, addirittura impensabile dopo l’andata. Ed invece, il fatto è avvenuto. Preferiamo utilizzare il termine “fatto” al posto dell’abusatissima nozione di “miracolo” perché, oltre alle evidenti influenze astrali, il trionfo giallorosso porta il marchio di Di Francesco, uno che dà la sua impronta attraverso la scienza e il metodo.

A+R – Per capire a fondo l’impresa della Roma, bisogna prendere in considerazione il doppio confronto. Il 4-1 dell’andata aveva espresso più la distanza reale tra le due squadre che quella evidenziata sul terreno di gioco. Anche al Camp Nou, la Roma aveva disputato una buona gara, benché sembrasse mancarle (effettivamente, con il senno di poi è più facile dare un giudizio siffatto) la giusta spinta emotiva per credere nell’impronosticabile. A crederci fin da subito, invece, era stato Di Francesco, il quale infatti si è attirato non poche critiche per aver adottato un turnover importante a cavallo delle due sfide di Champions League. Ha saputo guardare lontano, come un vero scienziato.

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AGGRESSIVITA’ E PRESSING – Al Camp Nou, Di Francesco aveva optato per il canonico 4-3-3, ma nelle bellicose intenzioni del tecnico giallorosso, la partita doveva andare esattamente come avvenuto all’Olimpico. Squadra corta e aggressiva per soffocare il possesso palla blaugrana, trequarti sovraffollata per impedire i colpi di genio di Messi e Iniesta. Piano tattico riuscito solo in parte, perché la costante pressione di un Barcellona comunque non fenomenale ha portato la Roma ad un affanno progressivo, tradottosi poi nelle due autoreti ed nel demenziale errore di Gonalons per il 4-1 timbrato da Suarez. Di Francesco ha preso nota, e ha ribaltato le carte in tavola.

IL VESTITO DELL’IMPERATORE – Al faccia a faccia con la storia, la Roma si è presentata con l’inedito 3-4-1-2 e l’esordio in Champions dal primo minuto per Patrik Schick. Stavolta la costruzione mentale di Di Francesco ha trovato la granitica conferma dei fatti. Juan Jesus, in pressione feroce su Messi, ha sostanzialmente inaridito una fonte determinante delle azioni offensive del Barcellona. Il folto centrocampo giallorosso, a differenza dell’andata rafforzato dalla guerriglia di Nainggolan, messo sulla trequarti a terrorizzare la mediana di Valverde, ha scavato una trincea allo stesso tempo impenetrabile e dinamica; i raddoppi degli esterni, Florenzi e Kolarov, hanno completato il trappolone di Di Francesco. In più, il lavoro di Schick e Dzeko, deputati al primo pressing, ha costretto sovente, un inedito anche questo, Ter Stegen e Pique a ricorrere al lancio lungo; il mismatch tra Fazio e Suarez garantiva alla Roma una vittoria schiacciante nei duelli aerei. Il 3-0 finale è stato “semplicemente” il frutto della scienza.

Come spesso gli è accaduto, Di Francesco ha lasciato ai calciatori il palcoscenico, e ai pontificatori il grido del miracolo. Ma dietro il successo della Roma, c’è tanto, tantissimo, del freddo calcolo dello scienziato.

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