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Le 5 standing ovation del calcio moderno

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Il calcio è solo business, ventidue scemi che corrono dietro un pallone, noi che ci alziamo alle sei di mattina e via di scorrendo. Questi solo alcuni dei luoghi comuni, ripetibili, che fanno da contorno al dorato e bistrattato mondo del pallone. Per una sera però, per un attimo, tutto rientra in quella sfera di lealtà e romanticismo che in un mondo perfetto farebbero da capisaldi dello sport, del calcio in particolare, il più praticato e amato al mondo.

Cristiano Ronaldo si solleva in aria impattando il pallone a 2,34 metri di altezza: un gol in rovesciata in un quarto di finale di Champions League nella casa della Juventus, all’Allianz Stadium. Che sullo 0-2 matura l’ennesima consapevolezza di un’eliminazione dalla coppa dalle grandi orecchie, consapevole che nemmeno questa sarà la stagione della vittoria tanto attesa, nonostante i sei (quasi sette) titoli di fila in Serie A. Eppure, la gente si alza, applaude e anche a lungo: una standing ovation unica, per il livello di partita in cui è avvenuta.

Ben diverso il discorso infatti per il tributo offerto ad Alex Del Piero, curiosamente Real Madrid e Juventus ancora protagoniste del bell’evento. Non eravamo così in là con la competizione, ma la doppietta del n.10 bianconero servì ad espugnare il Santiago Bernabeu, fra cui una straordinaria punizione che infilò Casillas: al cambio con De Ceglie, tutti si alzarono in piedi segnando la storia. Era il primo italiano di sempre a ricevere un simile saluto nel tempio del calcio madrileno.

Restiamo a Madrid, per quello che fu l’applauso più inatteso di sempre, se non altro per i colori dell’avversario. Era il Barça, i blaugrana di Ronaldinho, che realizzò probabilmente il gol più bello di tutti i tempi in un clasico. Fu una vera umiliazione per i blancos, che però dinnanzi a quella rete iniziata da centrocampo e chiusa in rete dal brasiliano dopo una serpentina mostruosa, non poté fare a meno di alzarsi in piedi applaudendo una giocata che un pubblico ben abituato come quello merengues non poteva non apprezzare.

Il filo conduttore resta la capitale spagnola, quel Bernabeu che anni dopo seppe salutare degnamente questa volta l’ingresso e non l’uscita dal campo di una leggenda: Francesco Totti. Un applauso più “facile” degli altri, qualificazione ormai in cassaforte, ma pur sempre un tributo raro ad un avversario, in un mondo del calcio sempre più avaro di sentimenti. E anche i giocatori del Real all’ingresso del pupone accorsero al suo fianco per stringerli la mano.

Vogliamo chiudere con la più dolorosa, perché condita dallo scempio di una ristretta cerchia di tifoseria capace di “sputare” nel piatto dove aveva mangiato per oltre vent’anni, sporcando il nome di una famiglia che aveva donato tutta la propria vita a quei colori, di padre in figlio: Paolo Maldini. Il giro di campo, la gente che piange e applaude, una parte della Sud che lo fischia, il resto è storia. Il n.3 che con sdegno rivolge il dito medio e invita il restante pubblico a guardare e sentire il comportamento della parte più calda della tifoseria: il peggio che si potesse offrire nel giorno in cui si ammainava una delle più importanti bandiere nella storia del calcio mondiale.

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