Massimiliano Riverso
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60 anni fa

60 anni fa non esistevano i social network, non eravamo tutti commissari tecnici virtuali e la gente preferiva i bar e le piazze all'anonimato di una tastiera.

60 anni fa
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60 anni fa la RAI era la RAI, e i giornalisti erano giornalisti con la G maiuscola.

60 anni fa l’Italia non riusciva a qualificarsi per il Mondiale in Svezia, un dramma nazionale soprattutto per tutte quelle famiglie che per la prima volta avrebbero potuto seguire le gesta degli Azzurri ammassati appassionatamente intorno al tubo catodico e ad un vecchio divano di stoffa.

60 anni fa il calcio era il calcio con la C maiuscola, non un fenomeno da baraccone dopato economicamente ad uso e consumo delle masse.

60 anni fa l’Italia sfornava talenti su talenti e i grandi e medi palcoscenici erano battuti solo da ottimi giocatori e fuoriclasse.

60 anni fa per approdare nel calcio professionistico non servivano procuratori in stile Rajola, ma bisognava avere la fortuna di essere annotati nei taccuini degli osservatori che girovagano nelle periferie delle grandi città e nei campi sterrati di provincia.

60 anni fa pochi giocatori si sentivano delle vere star, nessuno indossava gli scarpini griffati di Messi e CR7 o aveva un profilo Instagram con 10 milioni di followers,  nessuno si sentiva figo per riuscire ad emulare i tricks di Ronaldinho su Youtube, il dribbling, il colpo di tacco e la rovesciata erano l’ABC dei campioni affermati e sconosciuti.

60 anni fa tutti i calciatori portavano ai piedi scarpe di cuoio pesanti come dei macigni, una immagine che considero come una sorta di metafora di quel calcio duro, non del puro entertainment dei giorni nostri.

60 anni  fa, strano scherzo del destino, la Svezia era la nostra maledizione. Oggi, 60 anni dopo, una Svezia mediocre e operaia ci ha buttati fuori dal Mondiale con il buon vecchio catenaccio, con sceneggiate teatrali e una dose di ‘culo’ immensa.

60 anni dopo gli italiani saranno orfani di uno degli emblemi dell’italianità, uno dei pochi e rari momenti in cui ci sentiamo fieri di essere italiani, uno dei pochi istanti in cui non esistono differenze tra juventini e interisti, tra un calabrese comunista e un lombardo della Lega.

60 anni dopo è arrivato il momento di ricominciare da zero, perché abbiamo smarrito quel talento e quella voglia di lottare che ha fatto grande il nostro calcio e la nostra società dopo il mondiale in Svezia.

Buffon, Chiellini e gli altri ragazzi della Nazionale hanno dato tutto quello che avevano ieri notte nella cornice di un San Siro mozzafiato. È mancato il talento (parcheggiato in panchina) e quella voglia di superarsi che da sempre contraddistingue la nostra società. Bisogna essere realisti e non cercare dei capri espiatori, il talento e il carattere non si comprano al mercato, e le mazzate servono per crescere anche nella banalità dello sport più popolare italiano.

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