Enrico Steidler
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Tamara de Lempicka, pittrice vera nel secolo dell’arte ‘sfigurativa’

Trentasei anni fa, il 18 marzo 1980, moriva uno dei pochi artisti del ventesimo secolo capaci di rinnovare la pittura senza umiliarla

Tamara de Lempicka, pittrice vera nel secolo dell’arte ‘sfigurativa’
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“La migliore definizione di Tamara de Lempicka – scriveva Pier Francesco Borgia nel 2011 presentando una mostra romana della sensualità fatta pittricela offrì proprio sulle pagine del Giornale il critico Elena Pontiggia, secondo la quale la contessa polacca è «un’artista che molti conoscono benissimo, anche senza sapere esattamente chi sia». La sua fama è dovuta principalmente a due fattori: da un lato l’assoluta fedeltà a una cifra affatto personale e perseguita con costanza lungo tutto l’arco della sua carriera; dall’altro c’è la sua vita tormentata e turbolenta che ne ha fatto di lei un personaggio letterario prima ancora che una persona reale”. Ok, vero, ma forse si fa prima – e meglio – a metterla così: Tamara de Lempicka è famosa perchè i suoi quadri sono belli. Meravigliosamente belli.

Tamara de Lempicka: "Autoritratto (Tamara sulla Bugatti verde)", 1925

Tamara de Lempicka: “Autoritratto (Tamara sulla Bugatti verde)”, 1925

E’ in essi che risiede la sua immortalità: è nello spirituale erotismo della Comunicanda, nello sguardo inafferrabile della Ragazza in verde e in quell’abito attillato che la mette ‘a nudo’; è nella malizia innocente di sua figlia Kizette e in tutti gli altri chiaroscuri dell’anima ritratti con impareggiabile maestria e grazia tutta femminile. Nei suoi quadri, però, non c’è solo il mondo di Tamara, quello agrodolce di una nobildonna eccentrica e gaudente che ha fatto della sua stessa vita un’opera d’arte, ma anche la società umana che lo circonda, una società – quella compresa fra le due guerre – frivola e modaiola, perennemente in bilico fra luce e ombra, cielo e abisso.

Una pittrice vera, insomma, e un’artista ancor più brava se si pensa che solo lei e pochi altri suoi contemporanei (Hopper e Grant Wood, ad esempio) sono stati capaci di rinnovare il linguaggio della pittura del Novecento senza renderlo incomprensibile, senza ridurlo a ‘spruzzo’ insensato o a psichedelica geometria.

Ce n’è quanto basta, sotto questo aspetto, per guadagnarle un posto in prima fila nella storia dell’arte contemporanea; e anche, purtroppo, per farci sentire la terribile mancanza di una grande come lei.

Enrico Steidler

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