Enrico Steidler
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Gli americani in analisi per combattere la ‘Trump-fobia’. C’è da capirli

Gli americani in analisi per combattere la ‘Trump-fobia’. C’è da capirli
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“Non e’ una risposta patologica ad una situazione normale”, ha dichiarato ai media Nancy Lauro, insegnante d’arte di Brooklyn che medita di fuggire in Italia, terra dei suoi avi, se Donald Trump dovesse vincere la corsa alla Casa Bianca. “E’ una reazione normale ad una situazione pericolosa. Non faccio che pensare a chi fuggì dalla Germania nei mesi precedenti all’ascesa nazista”.

“Sono a letto, non riesco a dormire – twitta Emma Taylor di Los Angeles – Ho un attacco di panico pensando a Trump presidente. E’ come un uragano che sta per abbattersi e io sono immobilizzata, e non posso farci nulla”.

“L’ascesa di Trump sta mettendo in discussione valori profondi e accendendo paure antiche – spiega la psicologa Alison Howard al ‘Washington Post’ – La gente si chiede come sia possibile che vada avanti un individuo che distrugge i principi anti-razzisti e di rispetto comune a cui siamo tutti stati educati”.

IL BABAU ESISTE – Si chiama ‘Trumpfobia‘, colpisce indifferentemente sia repubblicani che democratici e si manifesta con un senso di ansia, rabbia e profonda inquietudine (crisi di identità e attacchi di panico nei casi più gravi). Secondo il Washington Post, il terrore di essere governati dall’imprenditore newyorchese ha già contagiato il 69% degli americani, molti dei quali cominciano a guardare al Canada come i migranti guardano all’Europa. Solita esagerazione ‘yankee style’? Sarà, ma di sicuro loro lo conoscono molto meglio di noi, e se fanno la fila dallo psicanalista una ragione c’è.

Henry Gibson, 'neo-nazista dell'Illinois'

Henry Gibson, ‘neo-nazista dell’Illinois’

NEMICO MADE IN USA – Fateci caso: Trump ha il ‘physique du rôle’ ideale per far paura a grandi e piccini, sembra un personaggio della Marvel disegnato apposta, una via di mezzo fra Gordon Gekko (Wall Street), Joker (Batman) e il fanatico neo-nazista dell’Illinois che dà la caccia ai Blues Brothers. Coi suoi capelli ridicolmente gialli, il sopracciglio in tinta, il sorriso porcellanato e lo sguardo luciferino, Donald Trump è l’incubo che si materializza, l’Idiocracy che incombe, l’asteroidekiller che compare all’improvviso sui radar della civiltà. Questo finché sta zitto. Poi parla, e allora molti capiscono che si tratta di una minaccia fatta in casa, di una ‘Cosa’ che non proviene dalle oscurità dello spazio ma da quelle di un popolo. E della sua cultura.

Un muro lungo lungo centinaia di chilometri al confine con il Messico, divieto di accesso agli islamici, chiusura di Internet e dei social network (“Alimentano il terrorismo”), ammiccamenti al Duce (“Meglio un giorno da leone…”), elogio della tortura e delle armi, eccetera, eccetera. Insomma, è evidente che alle orecchie di molti americani queste parole suonano come ‘americane’ solo se messe in bocca a un neo-nazista dell’Illinois, e c’è da capirli eccome se la prospettiva di vedere costui nella Stanza Ovale mentre si trastulla con un mappamondo gonfiabile gli fa venire l’esaurimento nervoso (“Arrivo a dovergli dire di tacere – confessa una fisioterapista di Arlington alludendo ai suoi clienti e ai loro sfoghi anti-parruccone – per non agguantare i muscoli tesissimi delle loro spalle come fossero la faccia color arancio di Trump”).

C’è da dire però, a loro conforto, che l’America resterà un grande Paese anche se dovesse fare un grandissimo errore. La ‘land of the free’, infatti, è sopravvissuta alla dinastia dei Bush, ai rimborsi-spese di George Washington e a presidenti che giurarono completamente sbronzi: tranquilli, ce la farebbe anche stavolta. Sempre che non siano troppi quelli che scappano, naturalmente. Il Canada è molto grande, in fondo. E non ha muri in programma.

Enrico Steidler

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