Giulia Cassini
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Other Identity, la coscienza dell’io

Una speculazione artistica e filosofica con brio e profondità

Other Identity, la coscienza dell’io
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Other Identity è una straordinaria mostra-evento presso la Loggia della Mercanzia a Genova ( 8 febbraio – 5 marzo 2016) in pieno centro storico(piazza Banchi). Secondo le parole del famoso Francesco Arena è un mio grande progetto Other Identity, “un lavoro”, una grande installazione a cui prendono parte artisti che svilupperanno i temi dell’autorappresentazione del sé, dell’immagine pubblica e di quanto sia cambiato il concetto di rappresentarci coi nuovi linguaggi introdotti dai social media; argomenti quanto mai attuali, protagonisti di continue sedi di dibattito e molto sentiti in questa fase del mio lavoro artistico. Ottima anche in termini qualitativi la risposta partecipativa di Other Identity -realizzata dunque da un artista “per e con” i colleghi che si sentono profondamente coinvolti dalla tematica trattata- con le opere di Alessandro Amaducci, Francesco Arena, Carlo Buzzi, Mandra Stella Cerrone, Roberta Demeglio, Boris Eldagsen, Anna Fabroni, Pamela Fantinato, Massimo Festi, Teye Gerbracht, Barbara Ghiringhelli, Anna Guillot, Teresa Imbriani, Sebastian Klug, Natasa Ruzica Korosec, Eleonora Manca, Lorena Matic, Ralph Meiling, Beatrice Morabito, Giulia Pesarin, Annalisa Pisoni Cimelli, Giacomo Rebecchi, Chiara Scarfò, Giovanna Eliantonio Voig, Violeta Vollmer, Isabella Falbo, Elena Marini, Olivia Giovannini, Angelo Pretolani e Valter Luca Signorile.

Other Identity tra pubblico e privato

Other Identity courtesy foto

Other Identity courtesy foto

OTHER IDENTITY – La tematica su cui ruota la mostra Other Identity (decisamente fuori dal coro e dagli standard costruiti a cui siamo mal abituati) è quella di identità o meglio di altre forme di identità culturali e pubbliche liberandosi da ogni velo ed andando dritti al punto, non importa dove esso conduca lo spettatore. Niente ipocrisie, tutti a nudo, ognuno con la propria convinzione. Interessante dal punto di vista sociologico il contest messo in relazione alla manifestazione “the wall of identities- metti in mostra il tuo selfie” cioè una grande installazione all’interno dell’evento, un vero e proprio muro delle nuove identità, composto di foto 10×15, di selfie come autorappresentazione, che sono posizionate come tessere di un mosaico a comporre una macro-opera finale. Per scoprire, e questa è la mia chiave di lettura, che siamo tutti personaggi in cerca di “like”. Una volta i personaggi erano solo sei ed in cerca di autore, pirandellianamente, egoisticamente, a ventre basso ma con puntiglio cervellotico, oggi siamo un po’ tutti personaggi, di vocazione edonistica, ma in cerca di “like”, di rassicurazioni, non importa se solo virtuali. E’ questo forse uno dei motivi che ha fatto esplodere l’uso dei social network negli ultimi dieci anni, con implicazioni non solo superficiali, ma psicologiche ed intimistiche, andando cioè a cambiare non solo la rappresentazione del sé, ma anche la coscienza dell’io. Cristallizzare in un istante l’eternità di un sorriso, di una piega ben riuscita, di un vezzo, di una giornata importante come di un momento banale vuol dire rendere questo attimo ed in definitiva noi stessi unici, forti, desiderabili, incredibilmente vivi. Significa nascondere le “lune calanti”, godere di un quarto d’ora di celebrità, gareggiare con gli altri a suon di preferenze, cercare di superare gli “amici” connessi con un’immagine che lasci trasparire più felicità, più ricchezza, più bellezza, più prestigio dell’altro. Sembra una perenne corsa al rush finale , marcando più forte la nostra identità, un’identità che è sempre meno privata e sempre più pubblica. All’inizio era il fotoritratto, la perfezione dell’inquadratura, la trasparenza dell’incarnato, le tavolozze cromatiche specifiche. Oggi è il selfie e nella maggioranza dei casi il selfie-ritocco. Siamo sempre più camuffati, perennemente con lo smartphone o il tablet in mano. Non che sia tutto negativo e che col catino sporco si debba gettare anche il bambino: i social sono positivi quando sono un modo di lasciarsi andare, di dare libero sfogo ai propri sentimenti immergendosi nella preziosità del momento senza l’ansia di precipitare le cose. Ma serve anche raccontarsi come siamo davvero per non trasformarci in una ridicola iperbole: come scrisse Schopenhauer la felicità e l’infelicità coabitano in noi e “nello stesso ambiente ciascuno vive in un altro mondo”. Non appiattiamoci allora agli stereotipi della rete, al genoma del consumatore tipo, al fruitore passivo, alla moda, alla finta popolarità, ad una rappresentazione di noi artificiosamente studiata: non siamo fenomeni, non siamo tutti artisti, non siamo tutti popolari o primi della classe e soprattutto non siamo attori. A forza di costruirci finte identità non siamo più noi stessi: siamo tapezzeria in rete. Una terapia soft antirigetto? Quella di provare a tracciare, incominciando almeno dai profili strettamente privati, una mappatura reale dei nostri stati d’animo, passando dalla nostra follia artificiale a quella naturale, dall’osservare e dal copiare al partecipare. Liberi di scegliere. Ma tra rappresentazione privata e immagine pubblica c’è solo un asse che riconduce i due poli estremi, da nord a sud, da ansia da prestazione a pura felicità: l’asse terrestre, il ritorno al reale, al qui e ora, alla coscienza dell’io.

SPUNTI FILOSOFICI – Other Identity è un grande evento d’arte ma è anche una grande riflessione filosofica. Se si potesse leggere un testo propedeutico alla piena comprensione di Other Idendity potrebbe essere ad esempio “Filosofia dell’arte di vivere” di Wilhem Schmid insegnante di Filosofia all’Università di Erfurt e autore anche di Felicità (2010), L’amicizia per se stessi (2012) e L’arte dell’equilibrio (2012). Mi riferisco in particolare alla sue riflessioni sulla cross-culture, alla sua declinazione del concetto di lifestyle, allo “stile gaio” della generazione “tecno” degli anni Ottanta. Tutti validi spunti di partenza per affiancarsi alle opere esposte. Del resto, come afferma lo stesso Schmid “l’esistenza individuale diviene oggetto puramente rappresentabile in maniera sempre diversa e in una sequenza di piccoli frammenti che si susseguono l’uno dopo l’altro, come nei videoclip”. Con questa mostra è possibile guardare dentro se stessi osservando gli altri e pensare di quanti piccoli frammenti, di quante sequenze, di quante maschere è composta la nostra vita.

Non solo una grande mostra d’arte, Other Identity è molto di più.

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