Giulia Cassini
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Wildt, l’unico che fa “galleggiare” il marmo

Wildt, l'ultimo simbolista a Milano

Wildt, l’unico che fa “galleggiare” il marmo
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“Studiamo i Maestri, teniamoli sempre davanti come guida, ma conseguiamo altra vetta senza toccare, senza manomettere, senza contaminare ciò che da loro è stato raggiunto. Con loro ho in comune solamente l’ansia di scolpire per il domani. Dal domani attendo la sanzione”- Lettera di Adolfo Wildt a Ugo Ojetti, Milano, 17 luglio 1928

 

 

La GAM Galleria d’Arte Moderna di Milano prosegue con la mostra “Adolfo Wildt (1868-1931) – L’ultimo simbolista” il percorso di valorizzazione dei nuclei più significativi delle sue collezioni scultoree, inaugurato con la passata monografica dedicata a Medardo Rosso. Il progetto (direzione di Paola Zatti e comitato scientifico con Beatrice Avanzi, Ophélie Ferlier e Ferdinando Mazzocca)si avvale si alcuni nuclei importanti di opere provenienti dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, dai Musei Civici di San Domenico di Forlì, dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano e di numerosi prestiti di collezionisti privati per comporre un mosaico sulle opere di questo Maestro che ha conosciuto alterne fortune ma mai una valorizzazione completa della sua grande arte. Sono 50 le sculture tra gessi, marmi e bronzi, 10 i disegni originali e 7 (una nella prima sezione e gli altri nella sala finale prima del bookshop) le opere a confronto come la Vestale di Antonio Canova, tre opere di Fausto Melotti ed una di Lucio Fontana, che furono entrambi suoi allievi alla Scuola del Marmo da lui fondata nel 1922, annessa all’Accademia di Brera nell’anno successivo. Le sezioni ben riassumono il percorso dell’esposizione: sotto l’ala dei grandi maestri (1885-1906), la poesia del chiaroscuro (1906-1915), la famiglia mistica (1915-1918), l’asceta del marmo (1918-1926), l’architettura delle forme (1922-1926), Milano, gli amici e gli allievi- Fontana e Melotti. Wildt ha elaborato un originale linguaggio in cui l’espressionismo si mescola con reminiscenze di arte antica, gotica e rinascimentale, in un equilibrio inedito tra la potenza espressiva del modello e la grazia di motivi puramente decorativi. Artista senza pace egli è, e senza bellezza, se per bellezza si intende proporzione e serenità e, pur nel dolore, il ritmo e la cadenza che trasformano il grido in canto e il tumulto in armonia. Personalità indipendente Wildt rimane al margine delle avenguardie e conserverà sempre un solido legame con la tradizione artistica italiana, dall’Antichità al Barocco, con una netta predilezione per la pittura del Rinascimento. Questa mostra monografica pone in risalto tali rapporti, come pure l’identità di Wildt e le sue affinità con i contemporanei, attraverso una accurata cernita di opere in ordine cronologico. La mostra poi si pone al centro di un percorso storico-artistico allargato alla città dal Teatro La Scala all’Università degli Studi di Milano, dal Cimitero Monumentale a “Ca’ dell’ureggia” con il primo citofono della storia, “L’Orecchio” in bronzo.

LA MOSTRA- Tra le opere più significative “Ritratto di Franz Rose”, 1913, marmo, Venezia Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, “Maschera del dolore (Autoritratto)”, 1909, marmo su fondo in marmo dorato, Forlì, Musei Civici Palazzo Romagnoli, Collezioni del Novecento, “La concezione”, 1921, marmo dorato, Padova, Collezione Privata, “Augusto Solari”, 1918, marmo bianco, Pisa, Polo museale regionale della Toscana- Museo Nazionale Palazzo Reale e “Filo d’oro (versione con le mani)”, 1927, Marmo dorato nel filo, Collezione Privata. Segnatamente “La concezione” è un marmo del 1921 dai toni simbolisti che riflette sul tema della famiglia, accostando il volto di un uomo e di una donna a quello di un neonato, rivestito di una delicata patina dorata. Nello stesso anno, il rilievo venne esposto alla mostra “Arte Italiana contemporanea” alla Galleria Pesaro e l’anno successivo alla Biennale di Venezia. Un’opera il cui successo è oggi pienamente riconfermato. Nella “Concezione” il padre canta, ne “La Famiglia” il bambino di fronte alle canne d’organo incarna l’armonia che egli dona ai genitori. La famiglia è per Wildt un rifugio, un pilastro. L’opera più tormentata è “Autoritratto” che ricorda la depressione iniziata nel 1906: insoddisfatto di tutto ciò che produce (come ben commenta Ophèlie Ferlier nel curatissimo catalogo di Skira) , distrugge molte opere spesso subito dopo averle create, salvandone altre solo al prezzo di varie amputazioni. Wildt esegue tagli netti e precisi, affermando con forza i suoi gesti di mutilazione, a differenza di Rodin che integra completamente l’incidente nel processo creativo. L’originalità di Wildt risiede anche nel suo legame con Rodin (la lettera conservata al Museo Rodin di Wildt è stata una scoperta della mostra, non era stata valorizzata prima): Rodin è il modellatore per eccellenza e Wildt è sinonimo di “scolpitura” del marmo non solo scultura. Proseguendo nella riflessione su alcune opere l’Autoritratto è il simbolo della svolta, della depressione che vira in molla per lavori ancora più meditati: sul fondo dell’opera le tre croci alludono ai tre anni di crisi: “fu la liberazione! La luce, che divampò nella notte”. Il capolavoro più insolito è invece “Acquasantiera (La fontanella santa)”, 1921, mosaico, bronzo dorato e onice, Milano, Collezione Privata dove “le tessere del mosaico azzurro, l’onice della testa del Cristo, lavorata nella gemma come solo questo implacabile artista sa fare, si armonizzano mirabilmente, tra i ramoscelli dell’ulico benedetto, simbolicamente rappresentato da una fioritura di piccole croce d’oro”. L’opera più rasserenante è invece “Augusto Solari” dove la pienezza della tranquillità, la grazia dei lineamenti infantoli si tramutano in un idolo in miniatura, immobile e irreale.

Wildt, Maria dà luce ai pargoli cristiani

Wildt, Maria dà luce ai pargoli cristiani

Wildt, in realtà artista indipendente sia dalle Scuole che dalla politica

FOCUS DI FERDINANDO MAZZOCCA- Perchè è importante Wildt a Milano? Lo abbiamo chiesto al famoso Ferdinando Mazzocca. “E’ la realizzazione di un grande sogno” spiega il critico “che coltivo già dai primi anni Settanta quando stavo preparando una tesi che poi ha cambiato direttrici. La stampa era piena di testimonianze di Wildt dal 1912 al 1931. Eponeva nella mostre più importanti in Italia ed all’estero. La sua fortuna si deve soprattutto alla Biennale di Venezia. Una letteratura ricchissima paragonabile a Canova. Ciò perchè qunado presentava un’opera era la divisione tra sostenitori e detrattori. Ardengo Soffici parlando lo condanna come l’apoteosi del pessimo gusto, dell’artificioso, del pacchiano messo in trono. Viene poi dimenticato, viene espulso dal Novecento per motivi politici (grazie alla Sarfatti aveva fatto il ritratto più famoso di Mussolini e il suo nome vi restò indissolubilmente legato). Espulso dunque dalla linea dell’arte moderna anche perchè Medardo Rosso, Marino Marini e tanti altri portarono il gusto ad una semplificazione della scultura, all’abbandono del bronzo e del marmo. Wildt invece è stato un virtuoso della tecnica, non andava di pari passo con le idee crociane che portavano al ribaltamento delle idee di estetica. La storica dell’arte Paola Mola restituisce un’ottima chiave di lettura per capire Wildt e dimostrare la sua autorità ,il grande contenuto, il grande messaggio dovuto alla sua genialità. Wildt non ha avuto una cultura accademica, però la sue doti naturali e la sua sensibilità lo hanno portato tra i capitoli più alti dell’intera scultura a livello mondiale. E’ stato un uomo solo, tormentato come si vede nell’Autoritratto siglato da tre croci, anno in cui era morto all’arte e alla vita per la depressione che poi è stata la molla per titoli e soggetti straordinari partoriti da un uomo con continuo lavoro, zero vita sociale, che come unico sfogo aveva la pesca. Solo il matrimonio importante della figlia con Rose lo fece entrare in un ambito culturale internazionale raffinato. La bella mostra alla GAM deve servire a vedere come i suoi marmi galleggino nell’aria…Sotto questa tecnica c’è tutto il tormento della sua anima, c’è la sommatoria di una scultura che si ascrive al simbolismo ma che va ben al di là abbracciando sia la vita sia la morte. E’ solo apparentemente un’arte fredda , è straordinaria perchè sa uscire fuori dal proprio tempo, dialogare col passato, con la tradizione attingendo alle fonti più diverse. Sapeva unire un’anima gotica ed una barocca, uno spirico nordico ed uno italiano in un sincretismo straordinario”.

Wildt, Re Vittorio emanuele e il Duce, tra i pezzi celebri

Wildt, Re Vittorio Emanuele e il Duce, tra i pezzi celebri

ADOLFO WILDT Pressochè sconosciuto in Francia e rivalutato finalmente in patria, da poche decine di anni, non è passato tuttavia inosservato ai suoi contemporanei, di volta in volta incuriositi, ammaliati, irritati, dalla sua grande originalità, dalle sue deformazioni plastiche spinte all’estremo, dalla scelta insolita dei soggetti. Tuttavia ammiratori ed oppositori ne hanno sempre e unanimamente riconosciuto la maestria tecnica e l’eccezionale virtuosimo nella lavorazione in particolare del marmo. Nonostante il nome di origine germanica, Wildt è nato e cresciuto con la sua intera attività artistica in una Milano in fermento, terreno fertile della Scapigliatura di Giuseppe Grandi, ma anche della cultura impressionista di Medardo Rosso, poi del giovane movimento futurista affascinato dall’industriale “città d’oro e di ferro”.

Wildt, ritratto di Franz Rose

Wildt, ritratto di Franz Rose

Personalità indipendente Wildt è rimasto al margine delle avanguardie e conservava sempre un solido legame con la tradizione artistica italiana, dall’Antichità al Barocco, con una netta predilezione per la pittura del Rinascimento. Questa mostra monografica pone in risalto tali rapporti, come pure l’unicità di Wildt e le sue affinità coi contemporanei.

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