Modestino Picariello
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L’urlo silenzioso di Wembley contro il giornalismo del terrore

Ciò che è accaduto a Wembley è probabilmente il minuto sportivo dell'anno per l'enorme carica di simbologia che quel silenzio porta dentro di sé

L’urlo silenzioso di Wembley contro il giornalismo del terrore
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Non bisogna fermare il calcio per il terrorismo, e dove non arrivano la politica e la stampa, ci pensa Wembley a darne una dimostrazione clamorosa.

 

IL SILENZIO E’ D’ORO – Ciò che è accaduto a Wembley è probabilmente il minuto sportivo dell’anno per l’enorme carica di simbologia che quel silenzio porta dentro di sé: del motivo di quel silenzio, si è detto fin troppo. Per chi vuole ripercorrere, basterà l’Ansa. Di ciò che può rappresentare a posteriori, molto meno. Noi proviamo a dare la nostra chiave di lettura, basandoci su un fatto reale e su un’opinione. Il fato reale è questo: tra tutti gli attentati di Parigi, l’unico in cui l’attentatore non è riuscito completamente nel suo intento è stato l’assalto allo stadio. Il perché è presto detto: ha provato ad entrare per Francia-Germania con un biglietto regolarmente pagato ma è stato scoperto con dai controlli all’ingresso e si è fatto saltare durante la fuga. Gli stadi restano luoghi chiusi con persone molto controllate (quando si fa bene il proprio lavoro di sorveglianza, come in Francia). In molti casi le misure di sicurezza sono certamente rivedibili ma è ovvio che uno stadio, come Wembley ieri, sia sicuramente più difendibile di una intera città.

L’UNIONE FA LA FORZA – L’altra, l’opinione, è di un giornalista del The Guardian, ostaggio dell’Isis, che chiude la sua disamina sul movimento con una frase assai particolare:” Ciò che loro temono è l’unità”. E quanta unità c’era in quel silenzio di Wembley? Forse infinita, come è stato infinito il fischio continuo dei Turchi che, al minuto di silenzio, hanno reagito opponendosi e ricordando che quando è toccato a loro subire stragi terroristiche, l’Uefa non ha mosso un dito. Posizione discutibile, ma unita, ancora una volta, ed espressione di un sentimento popolare.

Il punto è che il calcio in quanto tale sposta masse di tifosi che, proprio nel loro essere tifosi, trovano non solo una sintesi alle mille contraddizioni che li distinguono nella vita quotidiana ma anche forse l’ultimo Dio comune (oltre il denaro, of course) a cui fare riferimento. Un attentato in uno stadio, a Wembley come in qualunque parte d’Europa non avrà alcun tipo di giustificazione o di seguito popolare, e questo i terroristi lo sanno fin troppo bene, perchè imbevuti di fanatismo ma cresciuti nella stessa civiltà orientale di cui conoscono benissimo i riti. E a livello mediatico globale non c’è niente di più unificante del calcio. E loro odiano l’unità, oggi più che mai. E ora più che mai, e soprattutto per gli Europei francesi del 2016, il calcio deve continuare.

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