Enrico Steidler
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Aurelio De Laurentiis, il borbone che vuole “internazionalizzare” il Napoli

Per conquistare il mondo bisogna schiodarsi dalla provincia, quella "interiore" innanzitutto. De Laurentiis ce la può fare. Forse

Aurelio De Laurentiis, il borbone che vuole “internazionalizzare” il Napoli
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Doverosa premessa: Aurelio De Laurentiis è un grande presidente, e a dirlo sono i risultati. Sotto la sua guida, iniziata nel 2004 in tempi di Serie C1, di “monnezza e terra dei fuochi”, il Napoli è diventato una delle più solide e competitive realtà del calcio italiano, e la conquista della Champions League – onorata nel migliore dei modi – la dice lunga sulle capacità di chi ha saputo ricavare seta da uno straccio nel giro di pochi anni. Detto questo, si sa che la perfezione esiste solo in teoria, e accade spesso che una forte luce provochi altrettanta ombra. Questa è la regola, di solito, e Aurelio De Laurentiis non fa eccezione.

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Il dirigente sportivo da tutti apprezzato per le sue eccellenti qualità manageriali, infatti, è lo stesso che colleziona figuracce mediatiche planetarie (ricordate, tanto per citare l’ultima in ordine cronologico, le soavi dichiarazioni Platinicide rilasciate dopo il match casalingo contro il Dnipro?), e accanto al produttore cinematografico che ha eletto il mondo a sua dimora, convive in lui il paisà della provincia più angusta e ristretta. Risultato: il produttore hollywoodiano dichiara di voler (giustamente) “internazionalizzare” il Napoli, ma il suo alter-ego del bar dello Sport si adopera con altrettanto impegno per far naufragare il progetto.

TU VO’ FA’ L’AMERICANO – Facciamo un esempio concreto: “Ringrazio Rafa, sono soddisfatto di lui al 120%”, ha detto ieri il De Laurentiis-manager congedandosi da Benitez. “Mi conquistò subito quando ci incontrammo a Liverpool due anni fa per via del suo desiderio di internazionalizzare il Napoli che poi ho riscontrato nei fatti”. E poi ancora: “Rifondare è un verbo che non è adeguato, voglio continuare il nostro progetto di internazionalizzazione. Ho commesso un grande errore per la prima volta (!) quest’anno: abbracciando il ruolo di tifoso, mi sono sbilanciato parlando di scudetto ed ho disatteso poi le promesse”. Ok, fin qui il manager. Poi, però, all’improvviso, ecco spuntare il provincialotto della porta accanto, e del produttore hollywoodiano resta solo il tono da replicante di Blade Runner: “…Poi ho visto giornalisti che tifavano Juve o altri club che ci remavano contro, e che ci remano tuttora contro! Ma noi abbiamo le spalle forti. Essere napoletani è una condizione dello spirito. Speriamo che questo periodo di inquisizione spagnola qui a Napoli sia finito. Sapete, fino al 1859 questo era il regno più ricco d’Italia, poi arrivò quel gran paraculo del conte Camillo Benso di Cavour e rubò tutto“.

Capite? De Laurentiis ha visto giornalisti juventini e interisti che gli remavano contro! E quei brutti e cattivi continuano a farlo, mannaggia! Oh my God, che prova terribile povero Aurelio, altro che navi in fiamme e Bastioni di Orione. Insomma, forse qualcuno dovrebbe spiegare al nostro piagnucoloso paisà che la dimensione internazionale cui giustamente aspira è un onore che comporta degli oneri. Non è solo una questione di investimenti e di risultati sportivi, in fondo, ma anche di immagine, e quindi di condotta. Sotto questo aspetto, il Salvini del Rione Sanità (Piemonte ladrone! Cavour paraculo!) non giova al manager che sogna in grande, ed è arduo darsi una – credibile – parvenza di internazionalità quando si interpreta ogni critica dei media come un affronto all’adorata parrocchia o si passa alla storia per aver detto che le donne inglesi non si lavano.

“Io voglio continuare il nostro progetto di internazionalizzazione“, ha detto il De Laurentiis-manager. Ok, perfetto: si sbarazzi del notabile borbone, allora. Altrimenti resterà “piccolodentro, e il mondo finirà sempre a Benevento.

Enrico Steidler

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