Manlio Mattaccini
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Le 7 maglie celebri ritirate dal calcio italiano

L'esempio di Zanetti è soltanto l'ultimo di una ristretta serie: quando il numero scompare dalla maglia e rimane nell'infinito

Le 7 maglie celebri ritirate dal calcio italiano
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Il gioco del calcio è molto semplice. Basta un pallone, due porte, un arbitro e ventidue giocatori in campo. Fuori dal rettangolo verde, ci sta il tifo. Senza di esso, niente o quasi avrebbe senso. Per diventare un mito, non basta essere bravi a calciare meglio un pallone o alzare quanti più trofei possibili. Il legame che nasce e cresce tra un calciatore e il pubblico è personale, soggettivo. Talvolta, diventa magico e indissolubile. Tanto da non far meritare più a nessun altro l’indossare quello stesso numero che ha reso celebre lui stesso, e i colori che ha lustrato per anni. Il numero 4 di Javier Zanetti, cuore pulsante dell’Inter per un ventennio, ci porta alla memoria altri campioni diventati “immortali” nel firmamento del calcio italiano.

GIGI RIVA (N.11) – Luigi da Leggiuno, giovanotto di belle speranze, approda in punta di piedi in Sardegna nel 1963. Da lì a poco, sarebbe diventato “Rombo di tuono“. Nato povero, arricchirà il patrimonio sportivo e umano di una regione intera. Ancor’oggi, pensare al Cagliari significa associare immediatamente Gigi Riva: coi suoi 21 gol in 28 partite è il simbolo e il goleador dello storico Scudetto sardo del 1970. Il vecchio Amsicora prima e il Sant’Elia dopo lo ammireranno per 15 anni. Abbandona il calcio, ma non la Sardegna: è lì dove ha scelto di vivere per sempre, portandosi via dal campo il suo numero 11.

GIANLUCA SIGNORINI (N.6) – Per il tifoso del Genoa, il “Capitano” è uno e uno solo. Gianluca Signorini, pisano, arriva sotto la Lanterna 28 enne. Poteva essere l’ennesima parentesi della sua onesta carriera, invece è proprio qui che scoppia l’amore eterno col Grifone. Riporterà i rossoblù a rivivere una seconda giovinezza dopo anni di oblìo, sfiorando la finale di Coppa Uefa nel 1992. Piange di gioia e sotto la curva quando apprende da Milano del gol allo scadere di Delvecchio, il 4 giugno del 1995, che evita la retrocessione immediata. Qualche giorno dopo però il Padova gli infliggerà una delusione immensa. Nulla di paragonabile con la malattia, la Sla, che lentamente ce lo strapperà via. Avrà il tempo di regalarsi un ultimo bagno di folla al Marassi, in compagnia della sua famiglia.

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ROBERTO BAGGIO (N. 10) – Parliamo del fantasista italiano forse più amato di tutti i tempi. Osannato dal pubblico, non sempre compreso dagli allenatori di turno: nel 2000, dopo aver vestito le maglie dei tre grandi club italiani (Juve, Milan e Inter) e vinto un Pallone d’Oro nel 1993, decide di svernare in provincia. Il neopromosso Brescia lo accoglie con semplicità, lui ricambia sfornando assist e gol come ai vecchi tempi. Trova nel tecnico Mazzone una spalla amica, ancor prima che un tecnico. Siglerà una tripletta contro l’Atalanta e 45 gol totali in quattro anni, quanto basta per ritirare, dopo l’abbraccio tributatogli da Maldini nella sua ultima gara a San Siro, il numero 10 dalla maglia delle Rondinelle.

GIACINTO FACCHETTI (N. 3) – In casa nerazzurra, un gradino sopra Zanetti probabilmente c’è solo il simbolo della Grande Inter. Compagno di avventure in Nazionale di Gigi Riva, legherà la sua carriera ad un solo Club. Con la Beneamata debutta nel 1960, giovanissimo, e sarà protagonista negli anni d’oro di Helenio Herrera. Il suo palmarès conta quattro scudetti, due Coppe Campioni e due Intercontinentali, ma a legarlo immortalmente con il suo pubblico sarà la professionalità e la sua dedizione dentro e fuori dal campo. Diverrà dirigente e presidente dei nerazzurri, prima del repentino addio nel 2006. La sua morte porterà con sè pure il suo numero tre, simbolo dell’invincibile era del passato.

FRANCO BARESI (N.5) – La grandezza di Baresi la si deve, per fatalità, all’Inter. Da giovanissimo fu scartato dalle giovanili nerazzurre, che ingaggiarono il fratello maggiore Giuseppe. Con la maglia del Milan, Franco attraverserà tre decenni, passando dalla B al tetto del Mondo. In una continua ascesa di prestazioni, la storia lo incoronerà come il più forte libero che abbia mai calcato un campo da calcio. Inutile elencare tutti i trofei in bacheca: citiamo solo i sei Scudetti e le tre Coppe dei Campioni. Non gli è mai stato consegnato un Pallone d’Oro alla carriera: ci penserà il suo pubblico, in uno stadio completamente rossonero e inneggiante il suo nome, a tributargli la gratitudine in una storica partita d’addio con i compagni e rivali del passato.

DIEGO ARMANDO MARADONA (N.10) – Il “Pibe de Oro” avrebbe fatto la fortuna in qualsiasi squadra avrebbe giocato. Per fortuna sua e nostra, gran parte della sua storia l’ha scritta da noi, scaldato dall’affetto dei napoletani che con lui, sapevano poter agguantare un sogno. Il Napoli degli anni ’80 raggiungerà vette mai raggiunte finora: San Gennaro ha voluto che Diego venisse nella realtà partenopea per dispensare gioie ed emozioni ad un popolo tanto splendido quanto contraddittorio. Gli azzurri con lui conquisteranno due storici Scudetti, nel 1987 e nel 1990, e la finora unica Coppa Uefa del 1989. Un’epopea tangibile ancor’oggi nei tanti altarini a lui dedicati per le vie di Napoli. Il suo numero 10 viene ritirato ufficialmente nell’estate del 2000, a carriera conclusa.

PAOLO MALDINI ( N. 3) – Quando si parla di Maldini si parla di una generazione di fenomeni. Paolino è riuscito nel migliorare la carriera del papà Cesare, che alzò a Wembley la prima Coppa Campioni dei rossoneri. Per i tifosi del Diavolo è semplicemente l’uomo dei record: primato assoluto di presenze in serie A (647), con la maglia del Milan (902) e soprattutto 25 stagioni consecutive, dal gennaio ’85 al 2009,  tra molti alti e qualche basso, sempre a erigersi come barriera insormontabile per le velleità avversarie. Una discussione sul finir di carriera con una frangia del tifo rossonero non minerà l’affetto globale dei suoi colleghi e del suo pubblico, che avrebbe sperato di vederlo, sotto altra veste, alla guida del Milan del futuro.

Manlio Mattaccini

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