Enrico Steidler
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Zanetti, oggi il ritiro della maglia: 4 ragioni per dire no

La maglia di Zanetti è un testimone da trasmettere, non una reliquia

Zanetti, oggi il ritiro della maglia: 4 ragioni per dire no
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La gratitudine, sentimento fra i più nobili ed elevati, non è una prerogativa umana: anche moltissimi animali – pensate a cani e gatti, ad esempio – la provano, eccome, con la differenza che loro la dimostrano sempre nei fatti, noi no. Sotto questo aspetto, la decisione del club nerazzurro di ritirare la maglia n° 4 del Capitano Coraggioso Javier Zanetti sembrerebbe essere non solo doverosa – “Saverio” è il Nord, il Sud, l’Est e l’Ovest dei tifosi interisti e di chiunque ami lo Sport, quello con la S maiuscola – ma anche particolarmente lodevole. E invece no. Quando stasera, 4 maggio, verrà dato l’annuncio dell’avvenuta beatificazione della maglia (“Mi ha colto di sorpresa – ! – e mi ha fatto un enorme piacere ha dichiarato l’attuale vicepresidente dell’Inter), saranno proprio i valori più autentici dello Sport a uscire sconfitti, e il fatto che tutto ciò si consumerà fra applausi scroscianti e genuflessioni collettive non è di buon auspicio per il futuro.

Javier Zanetti, bandiera dell'Inter e dello Sport

Javier Zanetti, bandiera dell’Inter e dello Sport

QUESTIONE DI FASHION – Due piccole premesse a scanso di equivoci: 1) – Javier Zanetti è stato un calciatore straordinario: “Quando il buon Dio crea uomini come lui – si diceva di Tex Willer, ma la stessa cosa vale per il Capitano – poi getta via lo stampo“; 2) – Quella del “Pupi” sarà la ventesima maglia ritirarata nella storia del calcio italiano e la seconda – per i nerazzurri – dopo la n° 3 di Giacinto Facchetti. Il punto, quindi, non è l’uomo, nè tanto meno i suoi meriti indiscutibili, ma una moda smodata che il Vecchio Continente – di cui l’Italia è sempre stata la parte più vulnerabile – ha importato dal basket Nba con colpevole leggerezza. “Tra i giocatori nerazzurri che andranno in campo – queste le parole del presidente Thohir che risuoneranno stasera a margine del Zanetti & Friends Match for Expo in programma allo stadio Meazza (diretta su Rai 1 dalle 20.30) – c’è una maglia che tu non vedrai indossare più a nessuno, la numero 4, la tua numero 4! 4 è per sempre, per sempre tuo”. Ammirevole “dimostrazione d’affetto”, quindi – come l’ha definita lo stesso Highlander nerazzurro – o erroraccio da matita blu dell’uno e dell’altro? La seconda che hai detto, direbbe Quelo-Corrado Guzzanti, e per almeno 4 motivi.

1) – Il calcio è uno sport, non una religione. Lasciamo il culto delle divinità (e i suoi sacerdoti più o meno fanatici) fuori dal football, please, e dallo sport in generale. Confondere le due cose, non importa se con le migliori intenzioni, è sempre fonte di guai;

2) – La maglia è un testimone, non una reliquia. Quella cosa “sacra” che altri giocatori profanarono scagliandola per terra con un gesto di stizza è un simbolo da trasmettere, onore e onere di chi ne sarà all’altezza. Vederla finire in una bacheca come la lingua del Santo è a dir poco deprimente;

3) – Gratitudine sì, venerazione no. Se l’etica dello sport fosse un computer, la prima sarebbe un’impostazione fondamentale, la seconda un virus;

4) – Perchè uccidere un sogno? Cari ragazzini dei vivai, sognavate di indossare un giorno la maglia che fu del mitico Capitano? Beh, scordatevelo: quella è sua, sua per sempre.

Tutto giusto? No, tutto sbagliato e anti-sportivo, ma in fondo mai dire mai (e mai dire “per sempre”): forse tra qualche tempo il leggendario Saverio ci ripenserà, come già fece Igor Protti nel 2007 con la maglia n° 10 del Livorno, e la preziosa reliquia tornerà al suo legittimo proprietario: chiunque ne sia degno. Nel frattempo, consoliamoci pensando che il Capitano non è una divinità ma neppure un “campione qualunque”: le possibilità di un ripensamento sono altissime.

Enrico Steidler

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