Matteo Masum
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No Expo: le ragioni della forza, la forza delle ragioni

Passo indietro nella produzione di egemonia da parte delle classi subalterne

No Expo: le ragioni della forza, la forza delle ragioni
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Non c’erano gli austriaci e nemmeno Carlo Alberto (che, d’altronde, non c’era nemmeno nel 1848), però come rievocazione delle Cinque Giornate di Milano non è andata poi così male. Tra incendi e devastazioni, quel che resta dopo il corteo dei NoExpo è una città ferita e furibonda. Quel che non resta invece, almeno nell’informazione main-stream, sono le ragioni dei 30.000 manifestanti che ieri si sono mobilitati per protestare contro la sciagura dell’Expo, ed il modello di società da esso rappresentato, demolite anch’esse dalla guerriglia urbana di qualche centinaio di Black-Bloc.

LE RAGIONI DELLA FORZA – L’uso o meno della violenza ha spaccato, come spesso accade, il fronte della sinistra radicale di questo paese, sia nei partiti che nei vari movimenti. Lo scontro fisico con il nemico di classe non può essere banalmente etichettato come “brutale ed incivile”, trattandosi di una necessità storica per condurre alla rottura con il modello sociale che si contrasta. Tuttavia, occorre distinguere tra un uso della violenza rivoluzionario, ed è tale quando sostenuto dalle masse dei lavoratori, ed un uso reazionario della stessa. Appare sinceramente difficile comprendere come la distruzione di vetrine e l’incendio di vetture possa spingere in avanti la lotta di classe, consentendo un progresso del movimento reale delle classi subalterne. Piuttosto, i fatti di ieri rischiano di costringere i NoExpo a compiere i famosi “due passi indietro”, visto che, in prima battuta, dovranno impegnarsi per prendere le distanze dalla violenza reazionaria, onde evitare di vedere le proprie ragioni, come sta già accadendo, seppellite dalle fiamme degli scontri.

LA FORZA DELLE RAGIONI – Non possono essere, infatti, i 500 Black-Bloc di ieri a stroncare le ragioni del NoExpo. Tra corruzione, tagli alla spesa pubblica per finanziare il progetto, assunzioni a zero euro e devastazione del suolo, l’Expo è un mostro contro il quale non si può non combattere. A parte qualche raro esempio, tipo Shangai, questo tipo di manifestazioni, fin qui, ha lasciato solo delle voragini nei bilanci di stati e comuni; voragini che, immaginiamo, non saranno coperte dai costruttori per i quali sono stati resi edificabili i terreni o dagli imprenditori che hanno investito nel progetto, i quali, al contrario, da Expo avranno solo guadagni. Non è il cibo il vero marchio di fabbrica di Expo, ma il neoliberismo, con i suoi fenomeni di corruzione, precarietà, debito. E non saranno i 500 Black-Bloc, vogliamo sperare, a demolire le speranze di chi, davanti ad Expo, non vuole proprio capitolare.

Matteo Masum

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