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I cinque allenatori più amati: nessuno come Maestrelli

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Maestrelli, ex allenatore della Lazio

Fare l’allenatore non è un mestiere facile: tifosi e presidenti, si sa, sono volubili, così basta poco per passare da fenomeno a brocco. Per questo, non è facile per un tecnico riuscire a costruire legami forti con i giocatori e men che meno con la tifoseria, perchè, quando le cose vanno male, tutti ti voltano le spalle. Ecco la top 5 degli allenatori che, nella storia del calcio, a nostro giudizio, si è fatta più amare.

5) ZDENEK ZEMAN
Si può dire quello che si vuole di Zeman: che sia un perdente, che sia bravo solo nelle serie minori e che pratichi un calcio sempre uguale da trent’anni a questa parte, ma una cosa è innegabile: il suo calcio genera amore. In Italia, per dire, l’amore per il boemo accomuna due tifoserie acerrime rivali come Lecce e Bari (anche se in biancorosso non ha mai allenato). E’ vero, ha anche molti detrattori, ma i suoi estimatori sono sempre in numero maggioritario. Il calcio di Zeman è poesia e spettacolo e questo non può non generare amore. Se vuoi vedere gli occhi di un bambino  brillare di gioia nel vedere una partita di calcio, devi portarlo a vedere Zeman. Per questo, il boemo, pur con tutti i suoi limiti, entra di diritto nella nostra classifica.

4) GUY ROUX
Guy Roux vanta un record inarrivabile: 44 anni di fila (eccetto un breve periodo tra il 200o e il 2001) sulla stessa panchina, quella dell’Auxerre. Dal 1961 al 2005 ha portato la squadra dalle serie amatoriali alla ribalta nazionale e internazionale. Nel suo palmarès ci sono un titolo francese, 4 coppe di Francia e un Intertoto. A differenza di Zeman, che è un giramondo della panchina e vanta un amore trasversale, Roux è rimasto sempre fedele all’Auxerre (se si eccettua una breve parentesi al Lens nel 2007). In Borgogna è letteralmente idolatrato.

La statua di Bill Shankly, a Liverpool

La statua di Bill Shankly, a Liverpool

3) BILL SHANKLY
Andando verso Anfield Road, ci si imbatte nella statua di Bill Shankly, il “padre” del Liverpool. Scozzese di nascita, tra il 1959 e il 1974 l’ex centrocampista del Preston North End  è senza dubbio il tecnico più amato del calcio britannico. Shankly ha dato vita al ciclo d’oro dei Reds ed esaltato lo spirito da battaglia della Kop. La sua frase “Ci sono solo due squadre di calcio nel Merseyside: il Liverpool e le riserve del Liverpool” ben rende la simbiosi tra tecnico, squadra e tifosi. Shankly prese il Liverpool in Seconda divisione nel 1959 e lo portò al livello di potenza europea. Il suo successore, Bob Paisley, portò poi il Liverpool ai successi in Coppa dei Campioni, ma, senza Shankly, i Reds non sarebbero mai diventati una leggenda del calcio europeo. Per questo i tifosi dei Reds lo venerano tutt’ora, a quasi trentaquattro anno dalla sua morte.

2) CARLOS BIANCHI
In Italia (e in Europa in generale) non ha lasciato una grande impressione, ma, in Argentina, non c’è tecnico più amato di Carlos Bianchi. “Mr. Libertadores” ha scritto le pagine più importanti della storia di Velez e Boca Juniors con le quali ha vinto. Se Bielsa è amato per il suo carattere fuori dalle righe e il suo stile di gioco, Bianchi rappresenta il simbolo della rinascita del calcio argentino. Non è un caso che dagli anni novanta ai giorni nostri, solo con lui in panchina, le squadre argentine sono riuscite ad aggiudicarsi la coppa Intercontinentale (oggi mondiale per club). E’ accaduto tre volte: due contro il Milan (1994 con il Velez e 2003 con il Boca) e una contro il Real Madrid (ancora con il Boca, nel 2000). Per questo, a dispetto della critica, nel paese di Maradona, guai a chi tocca Bianchi.

1) TOMMASO MAESTRELLI
Abbiamo parlato di tecnici che hanno brillato per stili di gioco, attaccamenti alle squadre e vittorie. Nessuno di questi, però, potrà mai arrivare alla sinergia che Tommaso Maestrelli ha avuto con la Lazio in tutte le sue componenti, dai giocatori, ai tifosi, passando per la dirigenza. Il tecnico del primo scudetto biancoceleste è stato un simbolo di classe e signorilità. E’ riuscito a rendere una squadra un gruppo che, fuori dal campo si prendeva a pugni. Chinaglia, uno che non è passato certo alla storia per il suo carattere docile, lo considerava un secondo padre.  Ciò che rimane nella memoria, però, più dello scudetto, è stata la sua scelta di tornare in panchina, nel 1975-76, nonostante stesse lottando contro un cancro, per portare alla salvezza la Lazio. Fu la sua ultima impresa in biancoceleste prima della morte prematura. Non è un caso che, ad oggi, il premio come miglior tecnico italiano, sia intitolato a suo nome.

Davide Luciani

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