Elisa Belotti
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Vizio di forma: al cinema quel pazzo di Pynchon

Niente Oscar per Vizio di forma, il nuovo film di Paul Thomas Anderson, ma noi vi consigliamo di guardarlo lo stesso

Vizio di forma: al cinema quel pazzo di Pynchon
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DOC SPORTELLO, INVESTIGATORE PRIVATO E FATTONE- «-Sei tu, Shasta? –Crede di avere le allucinazioni, lui (…) –Mi serve il tuo aiuto, Doc.» Diciamo che il romanzo di Pynchon e il film di Paul Thomas Anderson – tratto dal romanzo – possono essere considerati interamente riassunti in questo stralcio di dialogo. Siamo a Los Angeles ed è il 1970 quando Shasta compare in casa del suo ex, l’investigatore privato “fattone” Larry “Doc” Sportello.  Questa femme fatale versione abbronzata è la mano che apre il vaso di Pandora delle avventure nelle quali il nostro stravagante eroe si troverà, ma è anche il leitmotiv, il rumorino di sottofondo, quello che si sente poco, ma disturba tanto l’esistenza di Doc: è un pensiero costante. Shasta Fey ha una relazione con un famoso miliardario di nome Mickey Wolfmann e, a quanto pare, la moglie del riccone e l’amante di lei vogliono farlo internare in un istituto psichiatrico. Quando Doc accetta l’incarico è ignaro della sfilata di personaggi assurdi che lo attende. Ecco che nel giro di pochissimo tempo, il nostro investigatore hippy si ritrova indagato dal poliziotto Bigfoot (al quale è legato da un sentimento ambivalente di amore-odio) per omicidio, e viene rapidamente ricoperto da nuovi incarichi, sempre più intricati. E poi, quel titolo (bellissimo), cosa vorrà dire? In realtà, la traduzione italiana non rende appieno il significato, che invece è degno di nota. Si tratterebbe, per vero, del cosiddetto “vizio intrinseco”. Non che qui si sappia bene di cosa si tratti (non siamo di certo cultori della materia, né rientra nelle nostre velleità), ma pare di aver capito più o meno questo: le componenti intrinseche in un sistema ne causano (o aggravano) il danno. Beh, e cosa c’entra questa roba da Assicurazioni con l’opera di Pynchon? Tutto. Perché ciò che aggrava i danni manifestati dal mondo pynchoniano, è ciò che costituisce il mondo pynchoniano stesso. Ed è proprio grazie a questa continua energia di forze centrifughe e centripete che l’universo di Pynchon si muove vorticosamente.

Thomas Pynchon in una puntata dei Simpson

Thomas Pynchon in una puntata dei Simpson

QUALCUNO HA MAI VISTO PYNCHON?- Prima di inoltrarci nel discorso “sono stati bravi o no quelli che hanno fatto il film?”, soffermiamoci un istante sul tizio strambo che ha immaginato tutta ‘sta storia. Chi è Thomas Pynchon? Eh, bella domanda davvero. Mica lo sanno in tanti chi diamine sia Thomas Pynchon (esclusi i suoi parenti, chiaramente!). Il tipello pare infatti abbastanza restio all’idea di esporsi, di mostrarsi. Di foto in giro ce ne è qualcuna, ma tutte risalenti al periodo scolastico o a quello del servizio militare. Comunque, c’è da sapere che il signor Pynchon è uno dei massimi esponenti del postmodernismo, corrente che pratica la rottura totale con il realismo e quella sorta di accozzaglia di roba che deve rappresentare il mondo schizofrenico in cui viviamo. Per dirvela ancor più in soldoni, Pynchon è un tipo talmente straordinario e riservato che nei Simpson (ottima risorsa per trovare la giusta descrizione delle celebrity) è disegnato con una busta della spesa in testa, con solo i buchi per gli occhi. E per darvi ancor più l’idea della sua eccezionalità, vi informo che c’è un asteroide cui, nel 2005, è stato dato il suo nome: 152319 Pynchon. Immaginatevi che storie può inventarsi uno da cui prendono nome gli asteroidi! Torniamo al film. La prima cosa che viene da pensare mentre si guarda il film è: «Ma quanto è figo Joaquim Phoenix?» nel senso che è proprio bello e affascinante al punto tale che uno vorrebbe poi avere la sua stessa cicatrice sopra il labbro. Poi è bravo. È davvero bravo, al punto che oscura quasi gli altri altrettanto bravi attori: Benicio del Toro, Owen Wilson, Reese Witherspoon e quell’orsacchiotto di Josh Brolin! E della regia di Paul Thomas Anderson cosa diciamo? Diciamo che se l’è cavata bene e che le note coloristiche iniziali, quel tocco di cromatismo della fotografia in apertura, sono proprio una cosa bella da vedere. Come questo film, del resto.

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