Elisa Belotti
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Birdman o “L’imprevedibile virtù dell’ignoranza”

Iñàrritu ci sorprende con il nuovo film candidato a nove premi Oscar

Birdman o “L’imprevedibile virtù dell’ignoranza”
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Michael Keaton in una scena di Birdman

Michael Keaton in una scena di Birdman

COSA COMBINA L’UOMO UCCELLO – Con “ Birdman ” (candidato a ben nove statuette dorate) la regia di Iñàrritu si guadagna un altro aggettivo da affiancare al già corroborato “magistrale”. La regia di Iñàrritu è geniale. «La fama è la cugina zoccola del prestigio» e così Riggan Thompson, celebre per aver interpretato il supereroe Birdman, decide di cimentarsi in un adattamento teatrale di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver. Il teatro non ha nulla a che vedere con i film Blockbuster dei quali Riggan era abituato essere il protagonista. È proprio questo il punto. Riggan vuole dimostrare di non essere solo una celebrità, ma un vero attore. Un grande attore. Lui (interpretato da Michael Keaton), però, deve convivere con lo spettro del supereroe che fu, con la figlia Sara (Emma Stone) appena uscita da una comunità per tossicodipendenti, con Mike Shiner, attore teatrale molto talentuoso ma dal temperamento piuttosto collerico e folle (Edward Norton) e tutta la compagnia bella che gira intorno alla produzione dello spettacolo: l’avvocato di Riggan (Zach Galifianakis), la ex moglie (Amy Ryan), gli altri attori coinvolti nella pièce (tra cui spunta Naomi Watts) e la crudelissima critica teatrale Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan). Spender parole su un qualsiasi aspetto di questo film è ridurne l’efficacia. La sceneggiatura è strepitosa e gli attori ancor di più: non uno fuori misura, non uno che trasmetta la difficoltà (palese) di recitare in un film simile. Poi c’è la storia dei piani sequenza (uno dei virtuosismi che piacciono tanto all’Academy quando si è in periodo Oscar) che è una trovata molto buona e mica da tutti: ti cala nel giusto ritmo sincopato – quasi jazz – della narrazione che si dipana tra il teatro, i camerini, le strade di Broadway e pochi altri luoghi. Ragazzi, è un capolavoro!

QUELLE POESIE CHE IÑÁRRITU FA CON LA LUCE-  La poesia non la si scrive, la poesia la si fa. No, non stiamo scrivendo di poesia in modo poetico, lo stiamo facendo in modo pratico. La poesia la si fa prendendo a piene mani delle  robe che sono buttate in giro nell’Universo e facendone un amalgama un po’ confusa ma intimamente ordinata. I film di Iñàrritu sono esattamente così. Questo s’intende quando si dice che stiamo parlando di un regista magistrale. Se il lettore ha visto (se non l’ha fatto, rimedi al più presto) la Trilogia sulla morte (Amore perros, 21 grammi, Babel) o Biutiful, ha capito esattamente cosa intendiamo dire. Le sue opere sono tutte un intrecciarsi vorticoso di episodi, di esistenze, di vite. La linearità temporale non è una regola da seguire: noi la seguiamo veramente nella nostra esistenza? Nella nostra memoria indubbiamente no. E poi, c’è quella dannata cosa che il nostro Alejandro fa con la luce. È lì che uno ci rimane secco; il cavallo di battaglia di questo indomito chico messicano: le inquadrature con la luce. Solitamente una luce bianca, che filtra da una finestra cancellando quasi completamente – ma per pochi istanti – il profilo del personaggio che passa lì davanti. Quella roba lì si chiama poesia e il Nostro è riuscito a ficcarla anche in un film come Birdman. Il ragazzo ha talento da vendere ed è uno dei migliori sguardi sul mondo che il cinema ci stia offrendo in questo momento. Insomma, per dirla con Raymond Carver: «Ci sono scrittori che di talento ne hanno tanto; non conosco scrittori che non ne abbiano. Ma un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo, sono un’altra cosa.» Insomma, Alejandro Gonzàlez Iñàrritu è “un’altra cosa”!

 

 

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