Matteo Masum
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Libia, il pacco-regalo dell’Imperialismo

Si attende il via libera dell'Onu per far scattare l'operazione. E la borghesia occidentale si sta già fregando le mani

Libia, il pacco-regalo dell’Imperialismo
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La profezia di Gheddafi:" Senza di me, vi invaderanno"

La profezia di Gheddafi:” Senza di me, vi invaderanno”. I fatti della Libia sembrano dargli ragione

Una doverosa premessa si rende necessaria, onde evitare di affrontare un argomento tanto delicato senza le dovute cautele. L’Isis non ha conquistato la Libia. Al momento siamo al livello di scontro fratricida tra alcune fazioni che si richiamano, più o meno debitamente, al Califfato Islamico, ed il governo, internazionalmente riconosciuto, di Abdullah Al-Thinni. Questo ovviamente non significa che si possa tranquillamente abbassare la guardia, ed assistere alle vicende libiche come se si trattasse della versione splatter di “Cinquanta sfumature di grigio”; tuttavia è bene chiarire questo fondamentale aspetto.

LA PROFEZIA DI GHEDDAFI- Poco prima di finire linciato, durante la rivoluzione libica del 2011, Mu’ammar Gheddafi aveva lanciato una profezia, che, all’epoca, sembrava soltanto un ultimo appello. “Senza di me, i terroristi invaderanno l’Occidente“, aveva proclamato il Rais della Libia. In effetti, pare che la profezia sia ad un passo dal concretizzarsi, sebbene, come già sottolineato, la presa di Tripoli da parte dei miliziani dell’Isis non si traduca, sic et simpliciter, in una conquista di tutta l’area. Restano tuttavia le gravi responsabilità dell’Occidente, che ha rovesciato Gheddafi senza avere alcuna carta in mano da giocare, con lo scopo principale di strappare il contratto più favorevole per le forniture energetiche (e magari impedire una radicalizzazione delle rivolte operaie e studentesche).

UN NUOVO INTERVENTO- Si profila dunque la necessità di un nuovo intervento militare, stavolta anche terrestre, per fermare l’avanzata dell’Isis in Libia. E’ stata proprio l’Italia la prima nazione a paventare questa possibilità, salvo poi rendersi conto che la nostra potenza bellica è rimasta la stessa dai tempi di Dogalì. Si attende, pieni di speranza, che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dia il suo via libera, inviando i soliti caschetti blu a devastare la Libia, per poi tornare, inevitabilmente, al punto di partenza (i Talebani in Afghanistan godono di ottima salute, e controllano anche qualche regione).

LE RAGIONI DELLA FORZA- Il ricorso alla guerra, così come lo scontro per accaparrarsi nuovi mercati, sono due strategie classiche del capitalismo in tempo di crisi. La borghesia italiana, seppellita dalla competizione in Europa, vorrebbe strappare un posto al sole in Libia (il caro vecchio “scatolone di sabbia”, secondo la definizione che ne diede Salvemini), ma per farlo, deve confrontarsi con la borghesia francese, che dalla guerra 2011 ne è uscita estremamente rafforzata nel Nord Africa. In più, Renzi cerca una medaglietta da appendersi al petto, visto che l’Italia non sta avendo alcun ruolo nella questione ucraina.

In definitiva, un intervento militare sarebbe soltanto la riproposizione, in salsa nemmeno così diversa, dell’Imperialismo primo novecentesco. L’Occidente può opporsi all’Isis colpendo i traffici che alimentano i miliziani, o magari, bloccando i traffici finanziari che finiscono direttamente nelle casse del Califfato (per tacere delle responsabilità americane e saudite sull’ascesa dell’Isis). La soluzione, tuttavia, risiede nell’azione di massa dei popoli del Maghreb, che, riannodando quel filo interrotto nel 2011, possono rovesciare i loro governi reazionari, sostenendo al contempo la lotta contro l’Isis, in una prospettiva rivoluzionaria. L’intervento militare rappresenterebbe soltanto una medicina per allungare la vita dell’agonizzante capitalismo.

Matteo Masum

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