Orazio Rotunno
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Inter, Mancini lo sa: il calcio è una cosa semplice

Difesa alta, terzini che spingono, due mediani a protezione e due esterni larghi a supporto di un centravanti con dietro un n.10: il calcio non va' inventato ma giocato

Inter, Mancini lo sa: il calcio è una cosa semplice
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Nel calcio complicare troppo le cose comporta sempre gravi rischi, a meno di rivoluzioni clamorose ed epocali. Una delle ultime dopo la zona di Sacchi è arrivata con Guardiola, facilitato anche da una generazione di fenomeni da Xavi ad Iniesta sino a Messi, che hanno reso possibile il suo tiki-taka. In Italia qualcosa di veramente nuovo non lo si vede da decenni, col solo Zeman capace di tanto in tanto di accendere entusiasmi tattici spesso non accompagnati da risultati all’altezza: ecco perchè chi meno inventa, più ottiene.

Il 4-4-2 di una volta, soprattutto a livello europeo, è diventato il 4-2-3-1, facilmente plasmabile in un più equilibrato 4-3-3. Mancini lo ha capito trasferendosi al City, poi al Galatasaray ed infine all’Inter, dichiarando senza mezzi termini che “con gli esterni si gioca meglio e si copre bene il campo” rispetto a quel rombo vincente dei suoi ultimi due anni all’Inter. Ali che l’Inter non aveva sino a due settimane fa, fino all’arrivo di Podolski prima e Shaqiri poi: il duo tedesco-svizzero è sbocciato ieri, il primo con un assist di tacco al bacio, il secondo con una palla a giro di sinistro che doveva solo esser spinta dentro. Empoli a parte, forse una spiacevole parentesi comunque favorita dalla splendida realtà toscana, l’Inter di stampo manciniano ha saputo proporre calcio anche quando ha perso, come a Roma o con l’Udinese a San Siro, andando sempre in rete e mostrando buone idee offensive. Ieri una nuova buona prestazione, favorita dalla superiorità numerica, con la Samp arroccata dietro ma nonostante questo con diverse occasioni da gol create grazie ad un gioco ampio e spesso avvolgente. Nulla di appariscente o clamoroso, due terzini di spinta (Campagnaro fuori), equilibrio in mediana con l’ottimo Kuzmanovic per Guarin al fianco di Medel e Kovacic nel suo ruolo (forse) naturale da n.10 in appoggio ad Icardi, nel più classico degli stereotipi del centravanti-boa. La differenza, come sempre in un modulo stile 4-2-3-1, la fanno gli esterni, che devono garantire qualità ed imprevedibilità, oltre ad un sacrificio tattico ieri poco evidenziato per come si è messa la gara dopo l’espulsione di Krstcic al minuto 11. Se Podolski pare leggermente sacrificato a sinistra, non potendo andare al tiro rientrando sul sinistro, garantisce comunque ampiezza e qualità oltre a grande esperienza in una fascia di campo ricoperta per quasi l’intera carriera. Dall’altro lato arrivano i maggiori sbocchi e motivi di interesse ed imprevedibilità: Shaqiri e D’Ambrosio hanno dialogato molto bene, con le più elementari sovrapposizioni apprese sin dai pulcini delle scuole calcio, ma vallo a spiegare ai terzini di oggi. Lo svizzero sala l’uomo, taglia in mezzo, tenta il tiro a giro o l’assist sul taglio per Dodò o Podolski sul secondo palo. L’azione del gol nasce da un appoggio sul tedesco al centro dell’area, ruolo e zona che saprebbe all’occorrenza ricoprire sena problemi, com spesso era stato fatto in precedenza su Icardi, con appoggi per Kovacici ben 2 volte vicino alla rete.

Nulla di trascendentale, ma già tanto per una squadra alla deriva più totale sino a 2 mesi fa, con una confusione tattica ed enigmi individuali che attanagliavano Mazzarri prima e Mancini poi in attesa di un mercato che vi mettesse ordine. Le idee oggi sono molto più chiare, arriva il sesto risultato utile consecutivo e domenica il Torino: per capire se quella di Empoli è stata solo una parentesi infelice. Contro una squadra, quella di Sarri, che è l’emblema del nostro incipit.

Il calcio è una cosa semplice.

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