Antonio Casu
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Roma-Lazio, la follia di Zeman ed il genio di Mancini

Sei gol più uno annullato, una rimonta incredibile ed un derby da sogno. Era il 29 novembre del 1998

Roma-Lazio, la follia di Zeman ed il genio di Mancini
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Il derby di Roma non è mai una partita come le altre. La settimana che precede il grande evento è un mix di emozioni contrastanti. Il sogno, l’incubo, la voglia di prevalere nel dominio territoriale sull’avversario più odiato: Roma-Lazio è Roma-Lazio, senza paragoni possibili. Chi vince è un eroe, chi perde è la vittima prescelta per gli sfottò più coloriti. Chiunque è nato, vissuto o semplicemente passato almeno una volta nella vita a Roma, lo percepisce in un attimo. Il derby non è una semplice partita di calcio: è una guerra sportiva tra due mondi. L’unico al mondo a non pensarla così è l’irriverente Zdenek Zeman, che considera il derby alla stregua di qualunque altro match. Pazzo. Zeman fu protagonista di un derby incredibile nel 1998. Era il 29 novembre. Un’altra era. Finì 3-3. Pazzi.

Roberto Mancini, protagonista del derby infinito tra Roma e Lazio

Roberto Mancini, protagonista del derby infinito tra Roma e Lazio

IL SECOLO BREVE – Sembra esser passata una vita, sembra esser durata una vita, ma l’epopea di Roma e Lazio sul tetto d’Italia è durata pochi anni. L’epoca dei Cragnotti e dei Sensi, degli investimenti miliardari e della Capitale al comando non ci sono più, ma resta il ricordo di una rivoluzione storica che scalzò dal gradino più alto del podio le solite note. Quell’anno, nel 1998, la Lazio gettò le basi per i futuri trionfi. Campioni del calibro di Vieri, Salas, Stankovic e Mihajlovic sbarcarono a Roma, sponda biancoceleste per spiegare le ali di un aquila in ascesa. I giallorossi, dal canto loro, si affidavano alla follia del tecnico boemo e alla spregiudicatezza di un principe destinato a diventare re. Francesco Totti, ventiduenne dalle infinite qualità, non dimenticherà mai quella notte.

 I TIRI “MANCINI” DEL DESTINOFaceva freddo, ma non se ne accorse nessuno. L’Olimpico era una bolgia infuocata. La Roma passò in vantaggio dopo 25 minuti con il solito Delvecchio, servito elegantemente da Wome, ma fu poco più di un fuoco di paglia. Una valanga biancoceleste, travestita con un timido 4-4-2, si abbatté sulla derelitta difesa zemaniana. Gli uomini di Eriksson si aggrapparono al genio di Roberto Mancini, capace di trafiggere Chimenti con la leggerezza di un bambino. Due volte. Un tiro al volo sfidò le leggi della balistica, un colpo di tacco associò il numero dieci agli dei del pallone. La tempesta perfetta si era concretizzata. Una tempesta bellissima. L’espulsione di Petruzzi ed il rigore di Salas consegnarono agli annali un match chiuso solo all’apparenza. L’1-3 del 74′ fu l’ennesimo fuoco di paglia. Roma-Lazio, quella vera, doveva ancora iniziare. Una fast motion improvvisa gettò l’Olimpico in un vortice di colori confusi. Il biancoceleste della valanga lasciò spazio al rosso fuoco della colata di lava romanista, capace di riprendere in mano un match finito. È in quel momento che emerge il talento di un altro genio, stavolta giallorosso. Totti inventa per Di Francesco, Totti sfrutta un’uscita sciagurata di Marchegiani. Totti è il re di Roma. 3-3, che derby! Delvecchio sfida il destino e insacca una quarta rete, ma il direttore di gara Farina rovina tutto e decreta arbitrariamente che il pareggio è il risultato più giusto. La Roma festeggia, la Lazio sorride amaramente: anche un pareggio può avere vincitori e vinti. Magia di un derby. Il derby.

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