Elisa Belotti
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Pride: di come “i pervertiti” sostennero i minatori

Il film con cui Matthew Warchus ci ricorda che, se gli errori della storia non sono da ripetere, le cose ben fatte andrebbero emulate

Pride: di come “i pervertiti” sostennero i minatori
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LE SOLITE PREMESSE- È doveroso specificare che la recensione di “Pride” sarà un po’ anomala. Anzi, non si tratta nemmeno di una vera e propria recensione. Probabilmente scadrà un po’ nel banale, un po’ nel perbenismo (conosco ben poche parole più fastidiose di questa) e persino nel buonismo (eccone un’altra!); cosa ci si può fare? Alcune cose vanno dette come vanno dette e non ci si riesce proprio a levargli via quella che è la verità e che viene confusa per miele. Seconda doverosa premessa. In questo pezzo non approfondiremo la parte tecnica del film. È godibile, simpatico e anche commovente per certi versi, ma non di certo un grande film. Piacevole, non eccezionale. Ma eccezionale è quello che questo film racconta e su questo ci soffermeremo. I grandi narratori sanno rendere luccicanti anche le storie più banali e astruse; questa l’abilità di pochi. Esistono anche storie, tuttavia, che sono luccicanti indipendentemente dall’abilità di chi le racconta: brillano di luce propria perché sono straordinarie nel loro stesso essere accadute o esser state immaginate. La storia che sto per raccontarvi è accaduta ed era anche ora che qualcuno ce lo ricordasse.

Pride: una scena

Pride: una scena

PRIDE : QUELLA VOLTA CHE I “PERVERTITI” ANDARONO IN GALLES – Degli scioperi dei minatori britannici tra il 1984 e il 1985, sotto il governo della Thatcher, suppongo abbiate sentito parlare. Se invece non è così, in sintesi, la Lady di ferro, alla guida del partito conservatore, decide di chiudere una ventina di siti di estrazione del carbone a partire dallo Yorkshire. Ventimila lavoratori avrebbero così perso il posto di lavoro. L’Unione Nazionale dei Minatori (NUM- il sindacato dei minatori) indice uno sciopero nazionale. Nello sciopero furono coinvolti circa centosessantecinquemila minatori. A Londra, un gruppo di omosessuali si rende conto che le “amabili attenzioni” che la polizia dedicava loro un tempo (le carezze coi manganelli, ad esempio) sono rivolte ad altri. Questi giovani queer apprendono dai quotidiani dello sciopero dei minatori, delle loro grandissime difficoltà economiche e sono capaci di trovare la similitudine tra la loro condizione e quella di questi sconosciuti. Aspettate, rifacciamo: la similitudine tra GAY e MINATORI. Se sapete trovare due categorie all’apparenza più lontane vi prego di farmele sapere. Dunque, questi giovani fondano i gruppi LGSM: Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori. Se ora siete stupiti forse dovreste chiedervi il perché. È una cosa tanto stupefacente che qualcuno abituato a lottare per i propri diritti aiuti qualcun altro che lotta per i suoi, di diritti? Certo, quando quel pulmino pieno di persone palesemente omosessuali giunge nella valle  di Dulais, nel Galles del sud, non tutti i minatori sono felici di avere il loro aiuto. Però poi succede qualcosa. Non subito, ma col tempo qualcosa cambia…

Così Matthew Warchus in ” Pride ” ci racconta la storia di uno degli undici gruppi di omosessuali a sostegno dei minatori nati a Londra nel 1984. In modo particolare, quello fondato da Mark Ashton (interpretato da Ben Schnetzer) : famoso attivista, morto ventiseienne dopo aver contratto il virus dell’HIV. Sullo sfondo le storie degli altri protagonisti: storie reali, che vi lasciamo scoprire. Insomma, un film che parla di solidarietà. Quella vera. Perché: «Quando fai una battaglia contro un nemico tanto più forte, tanto più grande di te, scoprire di avere un amico di cui non conoscevi l’esistenza è la più bella sensazione del mondo». E questo dovremmo tenerlo a mente sempre. Soprattutto ora che il mondo pare non girare troppo bene. Ricordiamoci come si tende la mano per aiutare qualcun altro a ottenere un suo diritto: lamentarsi di quanto male vada la propria (sempre la propria) vita o stare in piedi, fermi, con un libro in mano è davvero quanto di meglio sappiamo fare?

Elisa Belotti

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