Marco Tringali
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Un anno di sport: viaggio nel trionfo mondiale della Germania

La Germania di Loew vince per la quarta volta il titolo mondiale, infliggendo al Brasile la più grande umiliazione della propria storia

Un anno di sport: viaggio nel trionfo mondiale della Germania
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Il Made in Germany trionfa anche nel mondiale brasiliano e conferma che il modello Bayern rappresenta una eccellenza assoluta a livello di club esportabile anche a livello di nazionale maggiore, con gli stessi risultati e quella stessa capacità di “macinare” calcio che sta incantando il mondo da diversi anni. Trionfo tedesco e tonfo brasiliano, non soltanto per l’umiliante sconfitta per 7-1 inferta dagli uomini di Loew al paese ospitante nella semifinale del Maracanà, ma anche per i costi spropositati (oltre 13 milardi di dollari investiti) che il paese verdeoro ha dovuto sostenere per l’organizzazione del mondiale, a fronte di un ritorno economico che non ha inciso granchè sui dati macroeconomici del paese, e che non ha generato quei meccanismi virtuosi in grado di rilanciare l’economia brasiliana. Poca cosa questo Brasile, al quale i muscoli di Hulk, il temperamento di David Luiz e l’inconsistenza sotto porta di Fred non regalano ai sostenitori brasiliani il sesto titolo mondiale. La classe di Neymar illumina la scena, ma quando si spegne a causa di un serio infortunio rimediato nei quarti di finale dalla stella azulgrana, il Brasile di Scolari rivela la mancanza di alternative di una delle peggiori generazioni di calciatori della storia del calcio verdeoro.

Insomma doveva essere il mondiale di Neymar e compagni, e invece è stato un salasso che ha opacizzato l’immagine del Brasile come superpotenza calcistica e come economia emergente del pianeta. Non è stato di certo il mondiale di Cristiano Ronaldo, celebrato come uno calciatori più forti di sempre, incapace di prendere per mano il derelitto Portogallo allenato da Paulo Bento, terza forza nel ranking mondiale, fatto fuori nel girone eliminatorio proprio dai campioni tedeschi e dagli Stati Uniti allenati da Klinsmann. L’Italia di Prandelli conferma lo stato critico nel quale è sprofondato il calcio azzurro da diversi anni a questa parte e torna a casa, incapace di venire a capo di un girone di certo non impossibile, eliminata dall’Uruguay e dal sorprendente Costarica.

L’Argentina raggiunge la finale senza incantare, sfiora la lotteria dei calci di rigore agli ottavi contro la Svizzera e ringrazia un acuto di Di Maria a pochi secondi dalla fine dei supplementari. Poi di misura elimina il Belgio e si regala la finale ai calci di rigore contro l’Olanda di Robben, ancora una volta beffata nei momenti decisivi di un mondiale. Non passeranno alla storia le prestazioni di Leo Messi, quasi mai decisivo per gli uomini di Sabella, autore di 4 reti messi a segno solo nel girone eliminatorio contro formazioni tutt’altro che trascendentali come Bosnia e Iran. Va un pò meglio alla Francia di Deschamps, che vince e convince nel proprio raggruppamento e accede ai quarti dopo aver battuto nettamente la Nigeria, ma che deve inchinarsi alla Germania campione seppure soccombendo solo di misura proprio nei quarti. Diverte e regala gioco e spettacolo la Colombia della stella emergente James Rodriguez (che si aggiudicherà il titolo di cannoniere con 6 reti), che al ritmo di tiki taka e spalleggiato da uno spumeggiante Cuadrado regala alcune fra le giocate più preziose del mondiale. In questo contesto di mediocrità, non fanno fatica ad imporsi all’attenzione dei critici, nazionali poco quotate come il Costarica, il Belgio, la Svizzera e la Colombia, ed inevitabilmente la Germania domina a suon di gol la scena e si aggiudica per la quarta volta nella storia il massimo alloro mondiale.

Thomas Muller, a segno 5 volte nel mondiale con la nazionale tedesca

Thomas Muller, a segno 5 volte nel mondiale con la nazionale tedesca

Le parate decisive di Neuer e il granitico Hummels puntellano una difesa che alla fine del mondiale vanterà solo 4 reti al passivo. La spinta di capitan Lahm, la duttilità del sempreverde Schweinsteiger, autentico inesauribile collettore tra centrocampo e attacco, l’intelligenza tattica di Kroos e la verve realizzativa del giovanissimo Götze, l’uomo che risolve la finale contro l’Argentina nell’extra-time, sono le chiavi di volta del dominio teutonico. Ma senza dubbio è Thomas Müller la stella assoluta della Germania campione e di tutto il mondiale. Un giocatore poco decantato dai critici forse per una tecnica non proprio sopraffina, ma un fuoriclasse assoluto per carattere, caparbietà e senso del gol. Già migliore realizzatore della propria nazionale nella spedizione mondiale del 2010 in Sudafrica, Müller si conferma cecchino infallibile andando a segno altre 5 volte in questa edizione mondiale, e contribuendo in modo decisivo alla conquista del quarto titolo mondiale. Al termine del torneo verrà inserito nella top 11 del mondiale, ma le sue prestazioni non gli varranno il titolo di miglior giocatore del mondiale. La Fifa, fra le polemiche, gli preferirà Leo Messi nonostante le prestazioni impalpabili della pulce nei momenti decisivi del torneo. Resta, in questo senso, la perplessità del fatto che ancora una volta il marketing abbia dettato la propria legge.

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