Jacopo Bertone
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Un anno di Sport: il mostruoso Team Usa sul tetto del mondo

I ragazzi di coach Krzyzewski tra la fine di Agosto e l'inizio di Settembre si sono confermati i più forti di tutti, una prassi quando in campo scendono gli Usa

Un anno di Sport: il mostruoso Team Usa sul tetto del mondo
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Se un paese ospita il campionato più bello del mondo e i giocatori di tutte le altre nazioni fanno a gara per venirci a giocare, per certi versi viene naturale pensare che la sua Nazionale diventi in automatico la squadra da battere in ogni manifestazione internazionale a cui si presenta, soprattutto se si guarda a quanto talento hanno gli autoctoni non solo e non tanto a livello professionistico ma anche nelle serie minori per non parlare di certi campetti storici, molto più ben forniti di diverse arene straniere: ora dovrebbe venire il momento in cui il pronostico si ribalta, in cui l’eroe buono arriva e cambia l’inerzia della storia, ma qua non stiamo parlando di un film, non c’è tempo per i bei finali di Tolkien o della Rowling, questo è il regno di Team Usa, dove è la spietata fantasia stile George R.R. Martin a farla da padrone.

Coach Krzyzewski, artefice di questo grande team Usa

Coach Krzyzewski, allenatore di Team Usa dal 2006

MEDAGLIA D’ORO – Sono stati fatti tanti paragoni con le squadre del passato, specie con la famosa spedizione di Barcellona ’92, ma non bisogna dimenticare che quelle erano le Olimpiadi, roba per i più forti della storia, mentre ai Mondiali spagnoli si è presentata una selezione di giocatori di seconda o addirittura terza fascia (sic!) che, come si potrebbe dire, “si sono arrangiati” : migliori del torneo per media punti (104,6), rimbalzi presi (44,8) e assist a partita (20,4), 33 punti di scarto medio dagli avversari e una medaglia d’oro conquistata in ciabatte…ma anche no. La particolarità di questa edizione di Team Usa, infatti, è stata la sua operosità: chi scendeva in campo dava tutto quello che aveva (pena la sostituzione), questa è stata l’impronta che coach K ha voluto dare alla sua creatura fin dalle selezioni che non a caso hanno premiato  elementi come Faried e Plumlee, non certo gente baciata in fronte dal talento. Ovvio, in campo lo spettacolo si è visto eccome grazie a mostri sacri come Harden, Curry e Davis, i dominatori della Nba del domani, tuttavia questo non ha fatto diminuire l’impegno del gruppo, ingrediente fondamentale dell’asfissiante difesa e del devastante attacco che hanno portato gli americani sul gradino più alto del podio. Come si fa a parlare delle “partite” degli Stati Uniti? troppo evidente lo scarto tecnico per poterle definire tali, l’unica squadra che forse avrebbe potuto impensierirli era la Spagna, eliminata incredibilmente nei quarti di finale, cosa che per altro non ha cambiato minimamente l’approccio di Irving (eletto miglior giocatore del torneo) e compagni, che hanno proseguito candidamente la loro marcia sbarazzandosi di chiunque gli si parasse davanti, compresa la fantastica Serbia di Teodosic, annientata per 129-92 nella finalissima di Madrid. L’esperienza ha giovato a giocatori come Cousins, Thompson e Rose, i quali hanno guadagnato più sicurezza a livello sia fisico che mentale, ma anche a noti individualisti del calibro di DeRozan o Gay, che confrontandosi con i propri colleghi hanno migliorato non di poco vari aspetti del proprio gioco, calandosi maggiormente nella dimensione del NOI piuttosto che dell’IO. La versione 2014 di Team Usa verrà ricordata, se lo merita per l’impegno e la serietà che ha messo per dimostrare che la pallacanestro americana non è fatta solo di schiacciate, egoisti e intrattenimento, ma anche, per non dire SOPRATTUTTO di concretezza, fondamentali e semplicemente dei più grandi talenti che questo gnocco minerale che ruota attorno al sole è in grado di fornire ai sempre più privilegiati testimoni del loro passaggio.

Jacopo Bertone (@JackSpartan92)

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