Matteo Masum
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Un anno di sport: il flop dell’Italia in Brasile

Non solo Prandelli e Balotelli, la debacle è il portato ultimo dell'assurdo sciovinismo italiano

Un anno di sport: il flop dell’Italia in Brasile
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Mario Balotelli, simbolo del flop dell'Italia in Brasile

Mario Balotelli, simbolo del flop dell’Italia in Brasile

I più ottimisti, memori dell’impresa di otto anni prima, paventavano la possibilità di conquistare il titolo iridato (“Siamo vice-campioni d’Europa d’altronde”). I più pessimisti, memori della debacle di quattro anni prima, ci davano fuori al primo turno, surclassati da Cavani, Suarez e Rooney. Quanto offerto dall’Italia di Prandelli, tuttavia, è stato uno spettacolo talmente indecoroso da inorridire anche il più nero tra i disfattisti.

TU? NO, TU- Il girone, sulla carta, era particolarmente proibitivo, ma la carta non conta nulla rispetto al campo. Accade dunque che la Costa Rica, che tutti, ma proprio tutti (eccetto l’eroico Keylor Navas) indicavano come la vittima sacrificale, buona magari per la differenza reti, passi da prima; accade, al contempo, che Italia, Inghilterra ed Uruguay si cedano vicendevolmente il passo, ed il pass, per gli ottavi. Alla fine, la spunta la nazionale sudamericana, che nel match decisivo contro gli azzurri ha avuto il solo merito di tirare in porta, una volta. E’ stato sufficiente. In un girone così malamente disputato, probabilmente avrebbe ben figurato una qualsivoglia squadra di semi-professionisti di un qualsivoglia paese.

PRANDELLI E BALOTELLI- Inutile girarci intorno, se dobbiamo puntare il dito su qualcuno, per attribuirgli i demeriti principali del flop azzurro, additiamo Cesare Prandelli e Mario Balotelli. Il primo non è stato in grado, dalle convocazioni fino alla conferenza stampa in cui annunciava le dimissioni, di eseguire scelte esenti da errori, più o meno evidenti. L’Italia, a parte il match d’esordio, in cui pure ha rischiato di capitolare diverse volte, ha giocato un calcio mediocre, ai limiti dell’indecenza (o forse ben oltre i limiti). Il secondo, che per la maggior parte degli italiani doveva rappresentare il leader della spedizione, ha clamorosamente fallito, decidendo di decidere solo la sfida con l’Inghilterra, forse per rivalsa verso un paese che non lo ha mai amato (e che non lo ama tuttora), e poi scomparendo, fino alla orribile prestazione offerta contro l’Uruguay. Non tutte le colpe, tuttavia, vanno addossate a Super Mario. Una parte se la deve prendere quella fetta, ampia, di tifosi che lo hanno considerato, senza alcuna ragione, un top player. Si saranno ricreduti adesso?

IL RESTO DEL CIARPAME- Volevamo dimostrare al mondo non si sa bene cosa, forse che siamo una grande nazione ed una grande nazionale, che se i club sono scarsi è colpa dei troppi stranieri, che l’orgoglio italico ci avrebbe consentito di superare il gap tecnico con le altre compagini. Il nostro sciovinismo, invece, ci ha condotto verso una debacle di proporzioni bibliche, la seconda consecutiva in una competizione iridata. Specchio di un paese in declino, l’Italia di Prandelli non ha fatto che sperare nelle virtù storiche, che ci hanno consentito di emergere nelle situazioni più difficili. Invece, stavolta, abbiamo fallito. E forse, non sappiamo ancora bene come riprenderci.

Matteo Masum

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