Elisa Belotti
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Tra Fincher e Kafka: l’amore bugiardo – Gone girl

Mettete insieme David Fincher e divi del calibro di Ben Affleck e Rosamund Pike. Poi pensate al migliore e al peggiore dei matrimoni…

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"L'amore bugiardo"

“L’amore bugiardo”

“AMORE-BUGIARDO” OSSIMORO O RIPETIZIONE?- «I romanzi finiscono col matrimonio dell’eroe con l’eroina. Bisognerebbe invece cominciare da questo, e finire che si sono separati, cioè liberati l’uno dell’altro.» scrive Lev Tolstoj. Dal giorno del quinto anniversario di matrimonio di Amy e Nick prende avvio la storia che ci racconta Gillian Flynn nel suo best seller (Gone Girl, appunto), da cui, poi, David Fincher tira fuori questo bel film (ma Fincher gira SOLO bei film). Il sodalizio Flynn-Fincher (oltre al soggetto, sarà di Gillian la stesura della sceneggiatura) pare si protrarrà nel tempo: a quanto si vocifera David ha chiesto alla giovane scrittrice di occuparsi della sceneggiatura della prima stagione di Utopia, serie per la HBO. Ma torniamo ai nostri cari sposini. Dicevamo che è il giorno del quinto anniversario di matrimonio di Nick ed Amy; matrimonio, all’apparenza, più che felice. Per vero, lo è stato. Quasi una favola per i primi due anni. Solo che la mattina in cui si festeggerebbe il quinto anno trascorso insieme, Amy non c’è. Gone girl: ragazza scomparsa. Quindi la Flynn inverte il consiglio di Tolstoj e fa cominciare i balli quando, in qualche modo, Nick ed Amy sono separati (ma non illudetevi: il film non ha linearità cronologica, molteplici sono i flashback!). La domanda sorge spontanea: si sono liberati l’uno dell’altro? Dove è finita Amy? Nick c’entra qualcosa? Il loro matrimonio era la bella favola che sembrava?

FINCHER E I SUOI THRILLER- Tanto per farvi capire di chi stiamo parlando, spariamo al volo la filmografia di questo tizio di Denver. In ordine cronologico (dal 1992 a oggi): Alien³, Seven, The game- nessuna regola, Fight Club, Panic Room, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button, The social network, Millenium- Uomini che odiano le donne, House of cards (serie tv) e, infine, appunto, quest’ultimo. Seven e Fight Club sono due cult, ormai. Anzi, se ci si dà per un rapido istante la possibilità di sbottonarsi, ammetterò che Seven è forse uno dei thriller preferiti di chi scrive, ma ora chiudiamo i bottoni e ritroviamo una punta di obiettività. Ricordarvi l’opera dell’autore può esservi d’aiuto nell’individuare come lavora: Fincher è preciso, netto, ordinato. Così le sue riprese (se avete due  minuti di tempo, scomodatevi a guardare su youtube le pubblicità da lui dirette: per la Cocacola, la Nike, la Heineken ecc.). E poi le storie che sceglie di raccontare: mai banali, mai scontate, sempre capaci di tenere lo spettatore sul filo del rasoio, desideroso solo di capire l’intrigo, ripeto, mai convenzionale.

DA KAFKA AI CONIUGI SMITH- E originale è la trama di questo godibilissimo e bel film: David pare mantenere i soliti criteri nella scelta delle storie da raccontare, ma questa volta, la trama, funziona davvero? Nessuno vuole questionare circa la godibilità del film, né la nettezza e scrupolosità delle riprese o la recitazione dei due bellissimi e bravissimi protagonisti (Ben Affleck e Rosamund Pike): se c’è una piccola falla, se c’è un senso di disorientamento in quest’opera, deriva indubbiamente dall’intreccio. Tre amiche vanno al cinema, venerdì sera: finalmente l’attesissimo thriller. S., una delle tre cinefile, sciorina il suo parere e chiosa con una frase che, nella sua iperbolicità, sembra centrare proprio il punto: non è che il film non sia un bel film o non sia godibile, il punto è che «Inizia come il Processo di Kafka e finisce come Mr e Mrs Smith. Avrei potuto dire La guerra dei Roses, ma non avrebbe reso». Per la prima metà, la trama funziona eccome: magistrale, addirittura. Soprattutto grazie al poco probabile, ma possibile, giochino (la consueta caccia al tesoro di ogni anniversario). Insomma, questo è un film americano e dunque non è nell’introspezione dei personaggi che dobbiamo cercare il marchio di fabbrica, ma nell’efficacia della godibilità: L’amore bugiardo è capace di tenerci sulle spine, incollati allo schermo. Poi però – forse per timore di scadere nel banale? – si passa a un’assurdità quasi da commedia. Apprezzabile la mescolanza di tensione e ilarità, ma nella seconda parte del film queste due componenti non trovano pienamente il giusto equilibrio. Di violenza sulle donne, di scomparse inspiegabili sono pieni i notiziari quotidiani (purtroppo). Un punto di vista nuovo, sulla corruzione morale e i compromessi cui portano (certi per il primo, e tutti per il secondo) i matrimoni. Ci sarebbero mille citazioni con cui concludere questo pezzo, ma alcune sono già state usate. Impossibile raccontarvi qualcosa di questo film senza rovinarvi il finale ( “Non spoilerare” dovrebbe essere l’undicesimo comandamento, e sono certa lo sarebbe se sul Monte Sinai Mosè ci andasse ai giorni nostri!). Chiudiamo rubando un Tweet a caso, allora, ma che pare calzare a pennello (la cui paternità è di frank_pw – che non conosco): «Uniamoci nel vincolo del manicomio». Guardatevelo, ne vale la pena.

Elisa Belotti

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