Orazio Rotunno

Addio “Made in Italy”: siamo un paese per stranieri, zero spazio ai giovani

Addio “Made in Italy”: siamo un paese per stranieri, zero spazio ai giovani
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Da uno studio dell'Aic viene fuori che in Italia le rose delle squadra di calcio sono popolate più da stranieri che da italiani

ROMA, 12 LUGLIO – Pochi giorni fa celebravamo il trionfo della nazionale dell’82’, l’emblema del ” made in Italy” che stupì il mondo ed un Paese intero. Oggi, sfioravamo la stessa impresa in finale con la Spagna, ma quante analogie ci sono tra i due periodi eccetto il grande risultato? Poche, quasi zero. La passione di un intero popolo che vive per il calcio non impedirà mai alla nostra nazionale di sfornare talenti in ogni generazione, capaci di portarci ai livelli più alti, come accaduto con ben 4 finali giocate negli ultimi 18 anni. La strada che però stiamo prendendo, anno dopo anno, crea premesse preoccupanti. L’ultima relazione dell’Aic parla chiaro: giocano più stranieri che italiani in Serie A. E’ora di svegliarsi.

DA ROSSI E BALOTELLI, A VERRATTI E BORINI: IN ITALIA NON C’E’POSTO – Correva l’anno 1982, da appena un anno aveva esordito in Serie A un certo Giuseppe Bergomi. In finale di Coppa del Mondo, a 18 anni, contro la Germania da titolare c’era lui, lo “zio”. Non chiediamo tanto, nemmeno i vari Maldini, Baresi, Del Piero, Totti o De Rossi e tanti altri, i primi di un calcio che fu e questi ultimi eccezioni da prendere come esempio. Leggendo però l’ultimo rapporto dell’Associazione Italiana Calciatori, la situazione sta degenerando: il 47% dei gocatori in Italia sono stranieri, 1.195 di cui 362 solo in A. In appena 3 stagioni la percentuale è cresciuta in maniera esponenziale, nel 2008 infatti erano “appena” il 37%. Il dato ancor più preoccupante riguarda l’impiego effettivo dei giocatori, dove addirittura gli stranieri superano gli italiani con un 52% che la dice lunga sulla considerazione per i nostri vivai. Si è passati dai 66 tesserati stranieri del 1995, ai quasi 2 mila nel 2012, qualcosa non va. Un altro fenomeno, probabilmente figlio di questi dati, si è allargato a macchia d’olio negli ultimi anni: i grandi club stranieri piombano in Italia nei vivai di ogni categoria, portandosi via i maggiori talenti e facendoli crescere nelle proprie squadre giovanili. Un lavoro che andrebbe fatto dalle nostre big di turno, evidentemente troppo prese nel reperie qualche nome più alla moda e “mediatico”, che si rivelerà nel breve termine un nuovo bidone. E così nel frattempo, Jacopo Sala e Fabio Borini vanno e crescono al Chelsea, Giuseppe Rossi e Federico Macheda al Manchester Utd, Vito Mannone ed Arturo Lupoli all’Arsenal, Nicola Sansone al Bayern Monaco e così via. E’anche vero che sono zero gli strumenti in mano alle società per trattenere i giocatori under 18, come dimostrano gli ultimi casi Trotta e Camilleri, rispettivamente del Napoli e Reggina contattati da Chelsea e City. Ma le grandi nostrane, sono miopi? Possibile che ci vedono solo all’estero? Ricordate la grande under 21 di Cesare Maldini? Tre volte Campione d’Europa a cavallo fra anni 90′ e inizio 2000? Ora abbiamo addirittura fallito la qualificazione ad Euro 2011, e alle Olimpiadi faremo da spettatori, quando invece el 2004 conquistammo ad Atene uno storico bronzo. Basterebbe davvero poco, dare fiducia ai settori giovanili, del resto il Barcellona è diventato grande grazie alla famosa “cantera” che sforna ogni anno campioni. In Italia sono presenti moltissimi vivai d’eccellenza, tra i più importanti quelli di Atalanta, Palermo ed Inter, passando dalla Roma (allenata da De Rossi senior) e finendo con la Juventus.

MODELLO TEDESCO – In Germania fu una vera e propria rivoluzione, subito dopo la finale persa dalla Germania nel mondiale del 2002 i vertici del calcio tedesco decisero di dare una svecchiata alle ormai obsolete strutture calcistiche portando in ogni zona della nazione un centro federale dove fare allenare, crescere e studiare giovani, adesso spalmanti su tutto il territorio tedesco sono presenti 390 centri tecnici con 29 coordinatori e 1.200 allenatori per 16 mila ragazzi dai 10 ai 17 anni. In Italia abbiamo un solo centro tecnico federale (Coverciano) e nelle scuole siamo ancora fermi all’età della pietra con una sola ora a settimana di educazione fisica. La rivoluzione, in Italia, dovrebbe partire in primis dalla mentalità e dalla volontà delle istituzioni di cambiare un modello ormai troppo obsoleto per i tempi un cui viviamo, il discorso vale non solo per il calcio ma anche per altri campi, per poter competere con le grandi bisogna innovare e se è il caso “copiare” un modello da altre nazioni, altrimenti si rischia di stare sempre indietro.

A cura di Orazio Rotunno ed Azio Agnese

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