Elisa Belotti
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Hunger Games: il canto della rivolta

Eccoci al terzo capitolo di una delle saghe più attese degli ultimi anni

Hunger Games: il canto della rivolta
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Hunger Games

Hunger Games

QUESTA VOLTA SI FA SUL SERIO- L’avevamo lasciata che distruggeva – inconsapevolmente –  l’immensa struttura contenente l’arena dei 75˚ Hunger Games, e ora eccola, confusa, tremante, in preda a incubi impietosi, la nostra eroina Katniss Everdeen (la brava e bella ventiquattrenne Jennifer Lawrence, già premio Oscar per la sua interpretazione ne Il lato positivo). Si trova nel Distretto 13, la cui principale attività (prima di venire – apparentemente – distrutto) era la produzione di armi nucleari. La verità è che proprio lì, nel sottosuolo del 13, si sta preparando la rivolta. Quasi appena risvegliata, Katniss si trova di fronte allo stratega Plutarch Evansbeen (una delle ultime interpretazioni di Philip Seymour Hoffman: ma resti lì, nei nostri sguardi, ancora immenso) e della presidentessa del distretto: Alma Coin (un’algida e puntuale Julianne Moore). Loro l’hanno salvata dal presidente Snow (magistrale Donald Sutherland). Loro hanno un’unica richiesta: che lei diventi l’immagine, l’emblema della rivoluzione. Katniss inizialmente declina, preoccupata come è per la sorte di Peeta (Josh Hutcherson), ma una volta visitato il suo distretto (il 12) e resasi conto della piega presa dagli eventi la nostra eroina decide di accettare, ma solo ad alcune condizioni: che vengano liberati gli altri vincitori (richiesta non di poco conto, dato che Peeta verrà costretto più volte a fare discorsi da “traditore” sul canale di Capitol City chiedendo ai rivoltosi di deporre le armi a favore di una pace che è solo sottomissione dei distretti alla capitale) e che la sorellina Prim possa tenere il suo gatto. Fermiamoci un attimo a parlare del felino. Cosa rappresenta questo animaletto domestico? Katniss lo mette nella borsa durante il suo sopralluogo nel suo distretto ormai divenuto una sorta di cimitero distrutto. Quel gatto, quindi, non è solo un gatto. È quello che è riuscito a salvarsi quando hanno tentato di distruggerci la casa, la vita e che noi sappiamo riprenderci. È ciò che la persona a noi più cara ama maggiormente (Prim rischierà la vita per salvare quel gatto). È l’illuminazione, l’intuizione, il giusto risvegliarsi della rabbia: mentre sono costretti a stare barricati, senza elettricità e con poco ossigeno, all’interno del maxi bunker che è il Distretto 13, Katniss intrattiene gli altri rifugiati facendo giocare il gatto con la luce della torcia elettrica. L’abbiamo visto tutti almeno una volta nella vita, il micino che impazzisce per cercare di afferrare la luce, no? E solo lì, la giovane vincitrice degli Hunger Games si rende conto di quanto simile al comportamento del gattino sia quello degli abitanti dei distretti, pronti ad afferrare le finte luci proiettate da Capitol City, le quali hanno il solo scopo di tenerli impegnati. Doppio fil rouge della trilogia e delle sue trasposizioni cinematografiche: la spettacolarizzazione della vita e il richiamo alla mitologia classica (come a creare un continuum temporale: da quando creavamo gli dei, a quando creeremo la realtà). Così, Cressida: Lussuria, lussuria; sempre guerra e lussuria; non c’è nient’altro che rimanga di moda. » canta Shakespeare nel 1601, nella sua tragedia troiana) è una giovane e famosa regista della capitale, pronta a unirsi alla rivoluzione e a riprendere Katniss nei momenti migliori, così da creare veri e propri spot rivoluzionari. Pollux e Castor i suoi assistenti. I nomi di questi ricordano quelli dei Dioscuri, gemelli figli di Zeus e Leda, patroni della musica, della danza e dell’arte poetica: e il cinema cos’è?

SE NON LA POSSO CANTARE, ALLORA NO! NON È RIVOLTA- Ci siamo permessi di rubare una citazione dal testo della canzone Senza macchine che vadano a fuoco de Lo stato sociale, limitandoci a cambiare un verbo. Se la giovane rock band bolognese pone come base della rivolta la possibilità di ballare, noi pensiamo sia il canto il fulcro di tutto. Già il titolo è indicativo: Hunger Games – il canto della rivolta. E se il canto della ghiandaia imitatrice è il leitmotiv di tutta l’opera, ecco che qui Katniss (e tutti i rivoluzionari a seguire: quasi da pelle d’oca la scena in cui i ribelli del Distretto 2 assaltano la diga intonando questo canto di battaglia) canta davvero. Cosa? The Hanging Tree  (L’albero degli impiccati), musicata da James Newton Howard, testo di The Lumineers  e Suzanne Collins (autrice anche dei romanzi). Peraltro, la canzone è veramente bella e checché ne dica Jennifer (seppur con l’ironia che la contraddistingue), se la cava bene nel canto. Parecchio bene. Lo si sapeva già, in fondo, ogni rivoluzione come si deve ha la sua colonna sonora: quella canticchiata dai rivoluzionari. Se non hai la forza di cantarla, la rivoluzione, non hai nemmeno la forza di farla. Questo film appartiene a un genere ben preciso: è un fantasy ambientato in un futuro distopico. Non c’è bisogno che venga spiegato a nessuno cosa sia un fantasy (l’efficacia delle parole trasparenti), e nemmeno che spesso i luoghi di fantasia vengono immaginati solo per raccontare la realtà in modo forse anche più reale del reale. E allora, cantiamo e andiamo tutti a riprenderci il gatto della persona a noi più cara. «Are you, are you/ Coming to the tree…»

Elisa Belotti

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