Antonio Casu
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Amen, Cesare: il De profundis di Prandelli

L'avventura al Galatasaray è giunta al capolinea. L'annus horribilis dell'ex commissario tecnico della Nazionale

Amen, Cesare: il De profundis di Prandelli
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Amen. Cesare Prandelli non ha più nulla tra le mani. L’ennesima umiliazione gli porterà via la panchina del Galatasaray, diventata nell’arco di pochi mesi uno scomodo patibolo, dopo esser stato il porto della possibile rinascita. L’avventura in Turchia giunge al capolinea tra mille recriminazioni. Il tecnico di Orzinuovi  non è l’unico responsabile del fallimento, ma non è esente da colpe. L’annus horribilis di Prandelli si conclude con il sorriso beffardo del bomber a sorpresa Mbemba, che per un attimo è sembrato essere Godin. Due difensori, due giustizieri. Prima dimesso e poi esonerato, eppure il risultato è lo stesso. I destini della Nazionale italiana e del Galatasaray non sono mai stati così vicini.

Cesare Prandelli, ex commissario tecnico della Nazionale

Cesare Prandelli, ex commissario tecnico della Nazionale

DA SALVATORE DELLA PATRIA A CAPRO ESPIATORIO – Se si pensasse a chi era Cesare Prandelli fino al maggio scorso, prima della partenza della Nazionale italiana in Brasile, si capirebbe quanto è sorprendente il calcio. Era il salvatore della Patria, un Messia sportivo, un maestro dell’arte della tattica. Era. L’esperienza fallimentare al Mondiale ha cambiato tutto. Si dimise da c.t. dopo esser stato eliminato al primo turno. Quel Messia, tradito sulla via di Damasco dal rinnegamento del suo Credo calcistico, diventò uno qualunque. Divenne il colpevole numero uno. Quella delusione avrebbe buttato giù chiunque, ma non lui, che per dimenticare decise di buttarsi subito in una nuova avventura. L’amante, tradito e traditore, si lanciò tra le braccia di un’altra. Chiodo schiaccia chiodo, si direbbe. Purtroppo, però, scelse la donna sbagliata. Il fascino orientale svanì dopo poco tempo.

COSE TURCHEI quattro mesi scarsi trascorsi al Galatasaray sono la sintesi perfetta del 2014 di Prandelli. Quella squadra, all’apparenza ambiziosa e piena di soldi, si è rivelata un castello di carte. L’unico ad averlo capito per tempo è stato Roberto Mancini. Prandelli si aspettava una campagna acquisti da big europea, sperava di poter riabbracciare le sue idee, credeva di poter plasmare una creatura bellissima, ed invece non ha avuto niente di tutto questo. La rosa, mediocre e scarsamente motivata, più preoccupata dai ritardi nei pagamenti degli stipendi che dal raggiungimento dei risultati sportivi attesi, non ha mai seguito Prandelli. Il terzo posto in campionato (con un solo punto di ritardo da Fenerbahce e Besiktas), delude meno del cammino in Champions League, una lenta agonia senza soluzioni. Un solo punto raccolto in cinque giornate sono troppo pochi per uno come Prandelli, eliminato anche dall’Europa League. Non è l’unico responsabile, ma il De profundis riecheggia tra le vie di Istanbul. Non era un Messia prima e non è incompetente ora, però nel calcio non ci sono mezze misure. O si portano a casa i risultati, o si è un perdente. Stavolta, per ripartire con nuovo entusiasmo, sarà indispensabile fermarsi e riflettere per più di dieci giorni. Amen, Cesare.

 

 

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