Simone Viscardi
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Il primo Mancini nerazzurro, tra sciarpe, pareggite e successi

Ripercorriamo la prima avventura del Mancio sulla panchina dell'Inter. Gioie nazionali e dolori europei, ma con la consapevolezza di essere a casa sua

Il primo Mancini nerazzurro, tra sciarpe, pareggite e successi
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Dopo oltre 6 anni, Roberto Mancini torna a sedersi sulla panchina dell’Inter, quella che più di ogni altra gli ha regalato tormenti, gioie, e la sensazione di essere a casa. Al di la del titolo inglese conquistato col City, è alla Milano sponda nerazzurra che il Mancio deve i suoi successi come allenatore. Allo stesso modo, i tifosi della Beneamata non hanno dimenticato il tecnico del 15° scudetto, giunto a 18 anni di distanza dall’ultimo conquistato sul campo. Roberto è stato l’uomo che in 4 stagioni – record di longevità nella presidenza quasi ventennale di Moratti – ha costruito, insieme a Lele Oriali, la squadra che poi, alla guida di Josè Mourinho e Rafa Benitez, ha saputo issarsi fino alle massime vette d’Europa e del Mondo.

DOUBLE FACE – Ovviamente, è doveroso scindere la prima avventura milanese del tecnico jesino in due tronconi. A fare da spartiacque, esattamente in mezzo, l’estate del 2006, con il suo carico di sentenze e rivelazioni. Mancini arriva all’Inter nella stagione 2004/05, e trova una situazione disastrosa, con uno spogliatoio dilaniato al suo interno dalle pessime gestioni di Cuper e Zaccheroni. È voluto fortemente da Moratti, che per averlo finisce col litigare con l’amico di sempre Giacinto Facchetti (all’epoca Presidente nerazzurro), il quale aveva già speso la propria parola con Zac per il rinnovo. La prima stagione è altalenante, la squadra è elegante – come il proprio allenatore, con le sue proverbiali sciarpe – e gioca molto meglio che in passato, ma è affetta da un male sconosciuto: la pareggite. Su 38 gare i nerazzurri ne impattano 18 (un record), ma con altrettanti successi e 2 sole sconfitte (Derby e Messina) chiudono al terzo posto. In compenso però arriva la Coppa Italia – torneo preferito dal Mancio, che l’ha vinta 10 volte in carriera – a interrompere un digiuno di successi che all’Inter durava dalla Uefa 1998. La stagione successiva sembra essere quella dell’esplosione, ma i primi problemi comportamentali di Adriano (stella della squadra) e qualche giocatore troppo spremuto (Veron, Favalli, Toldo, Recoba) non consentono a Mancini e al suo team di effettuare il salto di qualità. Ancora una Coppa Italia comunque (con annessa Supercoppa) e ancora un terzo posto.

Zlatan Ibrahimovic, giocatore simbolo della prima Inter di Mancini.

Zlatan Ibrahimovic, giocatore simbolo della prima Inter di Mancini.

IBRA E CHAMPAGNE – Eccoci a Calciopoli quindi. L’Inter e la Roma sono le uniche big scampate alle sentenze dei giudici e alle indagini, e per la stagione 2006/07 sono le favorite d’obbligo, con la Juve in B e il Milan che parte da -8. A completare la rosa a disposizione del Mancio arrivano Patrick Vieira e, soprattutto, Zlatan Ibrahimovic. Da qui in poi, l’Inter cambia decisamente pelle. Per zittire i critici, che volevano i nerazzurri campioni solo per assenza di avversari, serve fare solo una cosa: vincere, sempre. Gli uomini di Mancini ne vincono 30 su 38, con 7 pareggi e l’unica sconfitta con la Roma. I 97 punti sono un record battuto dalla Juve di conte, ma le 17 vittorie consecutive sono ancora un vanto mai avvicinato. Primato su primato, l’Inter giunge allo scudetto. Il bis arriva l’anno successivo, anche se al cardiopalma. All’ultima giornata, con la Roma momentaneamente avanti in una sinistra replica del 5 maggio, è Ibra a risolvere tutto con una doppietta nella tempesta di Parma. Si tratta dell’ultimo successo di Mancini sulla panchina dell’Inter, che da li a qualche settimana lascerà il posto a Mourinho.

MAL D’EUROPA – L’unico neo della prima avventura manciniana è stata l’Europa. Mai oltre i quarti di finale, con le deludenti eliminazioni contro Villarreal e Valencia (nettamente inferiori) e le notti da dimenticare contro Milan (nella serata dei fumogeni) e Liverpool, dove nella conferenza post partita gettò le basi dell’addio. Desta curiosità quindi il fatto che le prime parole di benvenuto di Erick Thohir fossero incentrate proprio sulla mentalità internazionale del tecnico, che anche al City non ha fatto grandissime cose in Champions. Staremo a vedere, certo è che a Mancini manca solo una cosa per essere considerato alla pari di Mourinho o Herrera nella storia dell’Inter. Lei ha le grandi orecchie, e lui ha una gran voglia di farla sua.

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