Antonio Casu
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Da bomber ad assist-man: il destino comune di Weah e Okaka

La chiave della felicità non è solo il gol in sé, ma anche l'opportunità creata per un compagno. "Ritorno al futuro" viaggia alla scoperta di due attaccanti altruisti

Da bomber ad assist-man: il destino comune di Weah e Okaka
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Immaginate di essere dentro ad una macchina del tempo, ma il tempo stesso non c’è, si è fermato. Due storie da raccontare, due campioni dello sport a confronto, il passato ed il presente si uniscono in un unico racconto. Tutto questo, e molto altro, in “Ritorno al futuro”, la nuova rubrica del mercoledì di SportCafe24.

George Weah condivide con Okaka il dono dell'altruismo

George Weah condivide con Okaka il dono dell’altruismo

IL CALCIO È UNO SPORT DI SQUADRA – Lo stadio esplode, il bomber ha colpito ancora una volta. Corre sotto la Curva e raccoglie l’abbraccio del pubblico in visibilio. Il gol è suo. Lo abbraccia anche un compagno, il più importante. Quell’uomo ha creato lo spazio giusto per liberare la bocca da fuoco del ragazzo con la stessa maglia. Il pubblico quasi non si accorge di lui, ma la rete è anche sua. Il destino dell’assist-man è quello di essere un eroe fondamentale, ma il palcoscenico se lo prende un altro. Lui è comunque felice: dentro di sé è consapevole di quanto sia stato importante. Se poi quell’uomo è uno che di mestiere i gol li fa abitualmente, tutto diventa ancora più bello. È tutto più romantico. George Weah e Stefano Okaka, Stefano Okaka e George Weah. È vero, normalmente la dote principe di un grande attaccante è quella di essere sempre un po’ egoista, ma per  loro non è così. Sanno essere ancora più speciali.

IL RE È NUDOWeah era il vento, Weah era un fulmine che si scagliava violentemente sulle difese avversarie. Quanto correva quel liberiano. Quanto era forte. Rubargli il pallone era un impresa possibile solo per gli umili macellai del calcio. Weah indossava il frac e le scarpe da tennis, ma inibiva gli avversari come se fosse completamente nudo. Weah era una forma rara di caos ordinato. Non si aveva idea di cosa potesse fare, si aveva la sensazione che non lo sapesse neanche lui, e invece ne era pienamente consapevole. L’irruenza dei suoi colpi di testa corrispondeva all’eleganza dei suoi passi, felpati e precisi quasi fosse un ballerino di tip-tap. Non segnava tantissimo, ma quando lo faceva veniva giù lo stadio. Non era mai banale. Anarchico a tratti, profondamente altruista in altri. Bomber di razza e raffinato rifinitore. Weah era una pantera con il calamaio in mano.

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL PREDESTINATOStefano Okaka è invece un bambinone cresciuto troppo in fretta, tornato indietro, buttato giù e poi rinato all’improvviso, quando nessuno più se l’aspettava. Okaka è l’araba fenice risorta dalle proprie ceneri. Okaka corre e prende tanti calci. Ora che ha capito chi è, non lo ferma più nessuno. L’attaccante della Sampdoria è utile alla squadra come pochi, pochissimi attaccanti in Italia. Lo si trova spesso a centrocampo a fare il lavoro sporco, aprire gli spazi ai compagni e servirli nel senso più nobile del termine. L’assist non è solo un passaggio decisivo per un compagno, ma anche il presupposto fondamentale per una situazione di gioco positiva per la propria squadra. Anche lui non segna tantissimo, ma l’abbraccio dell’amico goleador lo riceve comunque. È calorosissimo. Arriva poi un momento in cui decide di essere anarchico, appare idealmente il cognome Weah sulle sua maglia e punta la porta ferocemente. Ovunque sia, la raggiunge come un proiettile destinato inesorabilmente al cuore del nemico. Okaka carica sulle sue spalle larghe il peso di un’intera squadra. Nel momento in cui ha capito che un campione, il primattore, può essere anche il migliore dei gregari, è diventato uno dei più forti. Lui come Weah. Talvolta, anche chi porta le borracce entra negli annali della storia dello sport.

 

 

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