Enrico Steidler
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Scozia caput mundi

Sondaggio Sunday Times: a 10 giorni dal voto per l'indipendenza dal Regno Unito, il partito dei "sì" scavalca per la prima volta (51 a 49%) quello dei fedeli alla Corona. Se il 18 settembre le urne confermeranno il clamoroso ribaltone (gli unionisti, in questi mesi, sono sempre stati largamente in vantaggio), l'indipendenza della Scozia potrebbe innescare un "effetto-domino" dalle conseguenze inimmaginabili, in Europa e non solo

Scozia caput mundi
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Mentre l’intero pianeta vive uno periodi più difficili e inquietanti degli ultimi decenni (bisogna risalire al 1929 per trovare una crisi economica più drammatica e diffusa di quella odierna, e i focolai di guerra si moltiplicano un po’ ovunque, Vecchio Continente incluso), c’è una piccola nazione di 5 milioni di anime – tanto per dare un’idea, la Lombardia ne conta il doppio – che con un semplice yes potrebbe ritrovarsi dall’oggi al domani nei panni, mai indossati prima, del leader universale, del vero e proprio Caput mundi“.

Alex Salmond, primo ministro della Scozia e leader dello Scottish National Party (SNP)

Alex Salmond, primo ministro della Scozia e leader dello Scottish National Party (SNP)

Questo ruolo, naturalmente, non sarebbe la conseguenza di un potere economico o militare, ma della forza dell’esempio. Per la prima volta, infatti, le vicende interne della Scozia (rimaste per secoli ai margini della Storia che conta) hanno rilevanza planetaria, e se il prossimo 18 settembre i discendenti di Braveheart decideranno di dare il taglio finale al vincolo che li lega agli inglesi, risalente al lontano 1707, il messaggio politico recapitato al mondo intero sarebbe inequivocabile. I mercati finanziari internazionali lo sanno – su quelli asiatici la sterlina ha già perso l’1% del suo valore – così come lo sanno e lo sapevano un po’ tutti. Ma solo ora, a dieci giorni dalla consultazione e di fronte al “terrificante” sorpasso del partito nazionalista guidato da Alex Salmond, sembrano rensersene conto.

THE DAY AFTER – “Abbiamo dieci giorni per salvare l’Unione titola questa mattina il Telegraph in prima pagina. “Non c’è altra questione più importante, gli fa eco il Guardian. Il risveglio del giorno dopo è a dir poco brusco, come era facile prevedere, e oggi nel potenziale Regno Dis-Unito – così lo definisce il Daily Mirror – il panico cresce di pari passo con le polemiche. Motivato il primo (il sondaggio-bomba pubblicato ieri dal Sunday Times che vede gli indipendentisti in vantaggio è ritenuto molto attendibile perchè condotto da YouGov, istituto demoscopico fra i più autorevoli d’oltremanica), e furibonde le seconde. Al centro del mirino dei commentatori, e dei milioni di britannici che si ritengono innanzitutto tali, ci sono parecchi obiettivi contemporaneamente, e su tutti viene aperto il fuoco senza pietà.

David Cameron, primo ministro del regno Unito dall'11 maggio 2010

David Cameron, primo ministro del Regno Unito dall’11 maggio 2010

ATTENTI A QUEI DUE – I più bersagliati sono il primo ministro David Cameron, of course, e il leader del Labour Ed Miliband. Entrambi sono accusati di aver sottovalutato il “pericolo” e di aver completamente sbagliato la campagna referendaria del Fronte unitario di conservatori e laburisti per il “no” alla secessione. Better Together (Meglio Insieme), infatti, ha cercato di alimentare le paure da “salto nel buio” – cosa fai quando poi resti sola…si potrebbe riassumere citando Battisti – invece di mettere in risalto i motivi di coesione e il senso di appartenza alla collettività britannica, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: invece di intimorirsi, l’elettorato scozzese si è inorgoglito, e il desiderio di scrollarsi di dosso i “colonizzatori” è ora sempre più diffuso. Qualche mese fa gli indipendentisti erano sotto di 15/20 punti percentuali, ma nelle ultime settimane si è passati da -10/-6 al clamoroso sorpasso di ieri. Se perdono la Scozia, grida ora il popolo unionista, Cameron e Miliband devono dimettersi, e al coro dei contestatori si associa volentieri pure il sindaco di Londra Boris Johnson, che notoriamente aspira a varcare da “padrone di casa” la soglia del numero 10 di Downing Street: se Salmond dovesse trionfare, scrive Johnson dalle pagine del Telegraphsarebbe un risultato tragico per il nostro Paese“.

DEVOLUTION LAST MINUTE – E mentre i due improbabili alleati cercano affannosamente di correre ai ripari promettendo agli scozzesi una “devo maxi” – una devolution che garantirà l’autonomia no limits o quasi in tema di welfare, budget e fisco – se il 18 settembre voteranno no all’indipendenza (una bustarella dettata dal panico commenta Salmond con efficace ironia) e la regina Elisabetta fa trapelare “fortissime preoccupazioni” dalla sua meravigliosa residenza scozzese di Balmoral, il pensiero di tutti va al precedente del Québec. Era il 1995, e anche nello stato del Canada orientale i sì all’indipendenza balzarono in testa ai sondaggi a pochi giorni dal voto dopo essere stati sotto di brutto per mesi. Al momento decisivo, però, i no la spuntarono, seppur di pochissimo (50,6 a 49,4%).

Siamo sul filo del rasoio, quindi, e ora una certa inquietudine – se non un vero e proprio panico – comincia a serpeggiare  anche al di qua della Manica, in quell’Europa che si dice unita ma poi, gratta gratta, sembra esserlo molto più de iure che de facto. Cosa succederà se la Scozia dirà Yes, we can?…si chiedono un po’ tutti a Strasburgo e dintorni. Cosa succederà a noialtri se persino lo United Kingdom perde i tocchi? E quali conseguenze potrebbero innescarsi un po’ ovunque sul pianeta? Nessuno lo sa, ma in tutta questa incertezza almeno una cosa è sicura. Per la prima volta nella sua storia, la Scozia è caput mundi.

Enrico Steidler

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