Jacopo Rosin
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La nuova Serie A: a tutti gli effetti un campionato straniero

Il campionato ricomincia con l'ennesimo dato allarmante: in Serie A ci sono più giocatori stranieri che italiani. Ecco alcuni dei motivi più singolari

La nuova Serie A: a tutti gli effetti un campionato straniero
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Paese che vai, usanza che trovi. Nell’Italia calcistica degli ultimi anni è molto in voga acquistare stranieri, preferendoli agli italiani. I motivi sono molti, alcuni anche decisamente curiosi. La nuova Serie A è ufficialmente ricominciata, ma i temi più scottanti sono sempre gli stessi. Ecco il panorama del calcio italiano più straniero che mai.

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SERIE A, ABBIAMO UN PROBLEMA – Qualche dato, giusto per avere un’idea: la Serie A è composta da poco più di 600 giocatori facenti parte delle rose delle prime squadre; meno della metà sono italiani. Si possono trovare squadre con più di 30 giocatori in rosa, con una percentuale stranieri-italiani decisamente sorprendente, ancor più considerando che molti italiani presenti militano nelle squadre Primavera. Nella prima giornata di Serie A, sono saltati all’occhio tre club in particolare: in senso negativo la Fiornetina, con 11 giocatori stranieri schierati dal primo minuto, record che aveva reso celebre l’Inter già qualche anno fa. In senso positivo, Cagliari-Sassuolo ha fatto registrare la presenza in campo di soli tre stranieri – i “sardi” Avelar, Ekdal e Farias – con la squadra emiliana completamente formata da italiani. Presto detto, quindi, anche quest’anno siamo messi esattamente come nella scorsa stagione, quando 10 squadre su 20 hanno registrato più minuti totali giocati da stranieri che da italiani – 54,1 contro 45,9%, solo l’Inter addirittura il 92,2%. Addirittura, ben 60 stranieri presenti nelle rose della scorsa Serie A non sono praticamente nemmeno mai entrati in campo. E pensare che la Serie A è uno dei campionati con le norme più restrittive per il tesseramento degli extracomunitari, abbastanza paradossale come dettaglio.

OGNI MONDO É PAESE, FORSE NO – Viene da chiedersi come mai la situazione sia questa e se anche all’estero abbiano lo stesso problema. É ancora negli occhi di tutti la Germania campione del mondo. In Bundesliga, per esempio, lo stesso confronto descritto prima riguardo al minutaggio nella scorsa stagione, evidenzia come i giocatori tedeschi tra i 18 e i 25 anni superino i pari età stranieri. Eppure là le limitazioni agli extracomunitari non esistono. In Spagna hanno optato per una semplificazione della naturalizzazione, concessa dopo soli 5 anni di permanenza nella Liga. In Olanda, invece, gli organi di controllo hanno imposto dei minimi salariali alti per chi viene da fuori, onde evitare l’arrivo di chiunque. E l’Inghilterra, tanto cara al presidente Tavecchio? Incredibile, ma vero: pur avendo un sistema improntato sull’eccellenza di chi entra – il famoso curriculum di cui è sprovvisto Optì Pobà – gli inglesi sono in allarme peggio che qui, anch’essi ostacolati dall’avanzata straniera. Nel match d’esordio della scorsa Premier League su 220 giocatori scesi in campo solo 68 erano sudditi della Regina. Ma come mai siamo arrivati a questo punto? Alcuni puntano il dito contro il sistema, come l’ex DS del Genoa Delli Carri che qualche tempo fa ha spiegato ai microfoni di Sportitalia: Al Genoa sono stato ‘forzato’ a prendere stranieri, non avevamo la possibilità di fare le fideiussioni necessarie per acquistare in Italia”. Già, perchè nel belpaese i trasferimenti interni devono essere garantiti da fideiussioni bancarie, per l’estero tale obbligo non sussiste. Poi c’è da considerare il costo dei nostri, a partire dai giovani: i piccoli club coltivano pochi possibili futuri campioni e sono costretti a sparare alto per monetizzare, vivendo poi di prestiti. D’altronde, se si chiude agli extracomunitari restringi il mercato ai soli comunitari e il prezzo sale, lo dicono i principi di Economia più basilari. Infine, una considerazione: Scuffet, portiere rivelazione della scorsa stagione. 18 anni. Stramaccioni – uno che di giovani talenti se ne intende – gli preferisce il greco Karnekis. Ma sì, alla fine ha ragione De Laurentis: “Una follia imporci di acquistare italiani, non ci sto, siamo in un villaggio globale”. Parole sante Presidente, solo per quello.

Jacopo Rosin (@JacopoRosin)

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