Antonio Guarino
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La gallina Tavecchio ha fatto il suo brodo

Il rinnovamento culturale del calcio italiano parte dall'abolizione della norma del codice di giustizia sportiva sulla discriminazione territoriale: è il primo atto (nomina del CT a parte) del nuovo presidente federale Carlo Tavecchio. Se il buongiorno si vede dal mattino...

La gallina Tavecchio ha fatto il suo brodo
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“No. E’ il grande inganno, la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi. Diventano attenti”. Così scriveva il grande scrittore americano, Ernest Hemingway, nel suo romanzo “Addio alle armi”, in cui narrava della sua personale esperienza da volontario della Croce Rossa statunitense durante il primo conflitto mondiale.

SI SALVI CHI PUO’?  Questo estratto si presta bene per descrivere il complicato momento del calcio italiano che necessita, quanto prima, di un profondo rinnovamento. Rinnovamento che, di sicuro, non fa rima con ringiovanimento, dal momento che sulla poltrona della più alta carica federale siede un personaggio che, non solo anagraficamente, ha dimostrato di appartenere a tutt’altra epoca, soprattutto sul profilo prettamente culturale.

I GUAI NON VENGONO MAI DA SOLI  Abbiamo imparato subito come il neo presidente della FIGC, Carlo Tavecchio, sia un uomo cui non piace perdere tempo e – dopo aver mostrato di essere anacronistico ed inopportuno con le parole – è voluto passare ai fatti, spolverando subito le sue idee riformatorie e rifondatorie per il calcio italiano. Ecco, quindi, che – a margine della prima riunione del nuovo Consiglio Federale – l’articolo 11 del Codice di Giustizia Sportiva, che sanziona il comportamento di discriminazione per motivi di origine territoriale, è stato abrogato, e con esso stessa sorte è toccata all’articolo 12, che prevedeva la responsabilità oggettiva delle società in caso di tali comportamenti discriminatori da parte dei propri tifosi.

Per buona pace delle casse delle società di serie A, nella prossima stagione certe scene non si potranno più ripetere.

Per buona pace delle casse delle società di Serie A, nella prossima stagione certe scene non si potranno più ripetere.

“MAI PIU’ STADI CHIUSI!” – Così ha commentato, gonfio d’orgoglio, lo stesso Tavecchio, consapevole (ahinoi!) di aver sciolto un primo grosso nodo su cui i club di A si erano più volti fatti sentire. Ecco materializzarsi l’illusoria saggezza dell’anziano Tavecchio: gli stadi chiusi o le curve deserte rappresentano, infatti, un grave danno – oltre che d’immagine – in termini di ritorno economico per le società di serie A che il fido Tavecchio – non saggio, ma attento ai prematuri scricchiolii della sua poltrona – lo hanno eletto.

UN PASSO INDIETRO – Giochi di parole e citazioni a parte, sostanzialmente il calcio italiano non ne è uscito affatto rinforzato, anzi. Secondo il nostro punto di vista, ne è uscito ancor più indebolito, e il perché è ben presto spiegato. Qualcuno potrà storcere il naso, ma si tratta di una motivazione squisitamente culturale, alla cui base vi è l’idea secondo cui il calcio – in quanto fenomeno di massa e storico contesto di incontro ed unione dei popoli più disparati e lontani tra loro – deve, senza mezza termini, rifiutare e condannare l’evoluzione e la diffusione di qualsivoglia forma discriminatoria, specie se urlata e sbandierata in luoghi di grande aggregazione – come gli stadi – popolati in gran parte di bambini e giovani tifosi. Se, negli Stati Uniti, ad un proprietario di una squadra di NBA viene comminata una multa di 2,5 milioni di dollari, costringendolo – inoltre – a cedere la squadra stessa perché protagonista di frasi razziste, non capiamo perché, nel nostro Bel Paese, un gruppo di idioti accalcati sugli spalti debba liberamente diffondere il proprio “verbo” a discapito di un’intera collettività che, fortunatamente, ha in più occasioni dimostrato di non gradire lo spettacolo loro riservatogli.

MANIFESTA DEBOLEZZA – La cancellazione della discriminazione territoriale rappresenta, inoltre, un preoccupante dietrofront nel tentativo di rendere più sicuri e fruibili i nostri stadi. Quanto appena detto non rappresenta una semplice provocazione, ma è supportato dal fatto che le società di calcio, anziché scegliere di svolgere un ruolo attivo nella lotta al tifo violento, hanno preferito tutelare i propri interessi economici e d’immagine, voltando le spalle ai loro stessi tifosi che, invece, di sacrifici economici ne fanno tantissimi pur di seguire i propri colori. Parallelamente ne vien fuori come la giustizia sportiva (nonché quella ordinaria, ma questa è un altra storia!) abbia bisogno di acquisire strumenti, piuttosto che perderne, per essere concretamente incisiva e, alla luce di quanto deciso oggi, la sua effettiva operatività è stata gravemente minata.

E pensare che, una volta, “gallina Tavecchio…faceva buon brodo”!

Antonio Guarino (@GuarinTony)

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