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Palio di Siena, anello al naso delle “scimmie nude”

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Dimmi per cosa ti diverti, e ti dirò chi sei. Detto questo, qualsiasi editoriale, reportage o commento sul palio di Siena si potrebbe già ritenere più che ampiamente sviscerato e concluso. C’è forse bisogno di aggiungere altro? No, almeno in teoria; ma se la pratica è fatta di giornali che riportano la cronaca del becero rituale come se si trattasse di un evento solenne, o addirittura sportivo (e di tg che presentano una vergogna nazionale come se fosse una “gloria”), allora vale la pena di spendere due righe sulla “razza umana padrona” e questo mondo fatto a sua immagine e somiglianza.

IL PIANETA DEI MANGIA-BANANE – Se un viaggiatore alieno in cerca di forme di vita intelligente nell’universo piombasse sulla Terra e si ritrovasse in mezzo a Piazza del Campo durante il palio, ci metterebbe meno di un nano-secondo a catalogarci alla voce “carne da macello” o “creature sacrificabili”. Non tutte, magari – le bellezze architettoniche e artistiche del luogo non sfuggirebbero di certo alla sua attenzione – ma gli scalmanati presenti sicuramente sì. D’altra parte, si sa, siamo solo “scimmie nude” (come ci definì lucidamente l’etologo inglese Desmond Morris nel suo omonimo best-seller), e il nostro comportamento è affine in tutto e per tutto a quello degli altri Primati. A distinguerci davvero da loro, in fondo, non è tanto l’intelligenza, quanto la mera assenza di pelo, che poi – forse per una strana regola di compensazione – ci è ricresciuto copiosamente sullo stomaco.

FATTI NON FUMMO A VIVER COME BRUCHI E CIVETTE – Semplici scimmie nude quindi, ma anche un po’ evolute, malgrado le apparenze. Al contrario di macachi e scimpanzè, noi siamo capaci di costruire strumenti, infatti, come ad esempio i frustini che consumiamo selvaggiamente sulla pelle di creature sacrificabili come noi, o l’anello che amiamo appenderci al naso per non perdere il contatto con le nostre meravigliose “tradizioni”, con quello che fummo in un lontano (e raramente fulgido) passato e che ancora siamo – diciamolo chiaramente – sia pure in versione 2.0.

E cosa resta alla fine del gran varietà medioevale? Nausea a parte, resta solo una piccola domanda: c’è almeno qualcosa che si salva in tutto ciò? C’è qualcosa di positivo, o addirittura di “dignitoso” in una simile melma? Sì, sembra incredibile, ma c’è. Per trovarlo, però, dovete guardare ai cavalli.

Enrico Steidler

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