Michele Lasala
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Dosso Dossi, misterioso maestro ferrarese

Una mostra allestita al Castello del Buonconsiglio di Trento ripercorre la vicenda artistica di Dosso Dossi, grande maestro del Rinascimento ferrarese

Dosso Dossi, misterioso maestro ferrarese
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Dosso Dossi, "Apollo" (1524 ca.), Roma, Galleria Borghese.

Dosso Dossi, “Apollo” (1524 ca.), Roma, Galleria Borghese.

Finalmente una mostra importante dedicata a uno dei protagonisti del Rinascimento ferrarese, Dosso Dossi, quella aperta al Castello del Buonconsiglio di Trento sino al 2 novembre 2014. Una retrospettiva che tenta di mettere a fuoco l’originalità e la complessità iconografica delle opere di Dosso in confronto diretto con opere di Michelangelo, Giorgione, Tiziano, Raffaello. Artisti, questi, che in un modo o nell’altro hanno influito fortemente nella pittura allegorica e eccentrica del ferrarese. L’influenza di Giorgione, infatti, emerge soprattutto nelle opere giovanili di Dosso Dossi, come ne La ninfa e satiro del 1508-1509 (Firenze, Palazzo Pitti) o il Buffone del 1510 (Modena, Galleria estense), opera che richiama pure – a dire il vero – il linguaggio di Sebastiano del Piombo, specie nelle tinte e nella impaginazione della composizione, con la figura del ridente buontempone sulla sinistra che taglia per metà, o poco più, il quadro, e con la testa di una capra e un brano di paesaggio nell’altra metà.

FORTUNA E SFORTUNA CRITICA – Dosso Dossi ha avuto, nella storia della critica e della storiografia artistiche, fortuna alterna. Ammirato nel Rinascimento e dagli storiografi e letterati del tempo, uno fra tutti l’amico Ludovico Ariosto, e poi quasi dimenticato nel periodo compreso tra il 1600 e il 1800. Fu riscoperto successivamente grazie agli studi di Adolfo Venturi e Bernard Berenson sul finire dell’Ottocento e i primi del Novecento, e poi celebrato, nel 1914, grazie alla monografia di Henrietta Mendelshon. Qualcosa, dunque, stava muovendosi nella critica d’arte, e l’interesse per Dosso arriva a toccare anche Roberto Longhi, i cui studi sul pittore ferrarese risalgono al 1927 e al 1934. Poi la grande e, oserei dire, magnifica mostra monografica del 1998 e del 1999, tenutasi a Ferrara, a New York e a Los Angeles. Dosso veniva riscoperto nella sua quasi totale interezza. Da allora, infatti, molti studi hanno cercato di ricostruire le vicende biografiche e artistiche del maestro, contribuendo altresì ad accrescere il catalogo delle opere a lui attribuite.

MISTERI, DUBBI E PERPLESSITÁ – Tuttavia, ancora oggi, come nel recente passato, aleggia, intorno al corpus dei lavori di Dosso Dossi un’aura di mistero, dovuta sostanzialmente alla indecifrabilità iconologica di alcuni suoi lavori, e alla originalità iconografica di diverse opere, come è il caso di Giove, Mercurio e la Virtù del 1523-1524 (Vienna, Kunsthistorisches Museum), dove vediamo un Giove nelle vesti di pittore nell’atto di dipingere farfalle. O, caso ancor più emblematico, la Melissa del 1516 (Roma, Galleria Borghese), la cui identità fu solo svelata da Julius von Schlosser, nei primi del Novecento. Prima dell’intuizione di von Schlosser, che vide nella donna raffigurata nel dipinto di Dosso appunto Melissa, la benigna incantatrice dell’Orlando Furioso, il quadro in questione era noto come «Circe» o generalmente come «Maga». Jacomo Manilli, nella metà del Seicento, indica, nella guida alla Villa Borghese, la donna appunto come «una maga che sta facendo incantesimo», e nel 1693 Giovanni Battista Borghese, in un Inventario, descrive il quadro in questi termini: «una Donna che rappresenta Maga con una torcia che accende al foco con un Cane e altre figure a sedere». Letture vaghe, dunque, poco attente, che hanno contribuito a rendere ancora più oscuro il linguaggio espressivo di Dosso Dossi. Un linguaggio che, ancora oggi, non manca di destare notevoli dubbi e profonde perplessità.

Michele Lasala

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