Enrico Steidler
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Nomi italiani e pronuncia spagnola: ne abbiamo due “bighlie” così

Aiuto! Qualcuno faccia qualcosa, o saremo costretti guardare le partite “sensa” l’audio

Nomi italiani e pronuncia spagnola: ne abbiamo due “bighlie” così
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Come tutti sanno, due mesi fa Javier Zanetti ha appeso le scarpe al chiodo, e naturalmente nell’addio al calcio giocato del leggendario capitano nerazzurro non c’era e non c’è alcun motivo di gioia o di sollievo. Tranne uno: non sentiremo mai più Caressa & Co. pronunciare alla spagnola uno dei cognomi più diffusi nell’Italia settentrionale e ripetere migliaia di volte quel maledetto vocabolo la cui semplice trascrizione provoca un brivido di fastidio: “Sanetti”. Ah, che liberazione! Che meraviglioso conforto per le nostre orecchie strasiate! L’Highlander di Buenos Aires, però, e sotto questo aspetto purtroppo, non è l’unico italiano d’Argentina che si è fatto strada nel mondo della pelota: i campioni ancora in circolazione sono tantissimi, e gli emuli di Caressa possono quindi continuare a massacrare impunemente sia la lingua di Dante – che per loro, forse, è solo un talentuoso difensore del Bayern – che i timpani, diciamo così, dei telespettatori.

Lucas "Bighlia"

Lucas “Bighlia”

ESTEROFILIA RADICAL-CHIC – Prendete la finale della Coppa del Mondo, ad esempio. In campo ci sono la Germania, squadra cosmopolita ma fortunatamente priva di oriundi del Belpaese (ve lo immaginate un Verratti con la maglia della Mannshaft? Rischieremmo di sentire “Ferratti” ogni due per tre…), e la solita Argentina piena di nomi a noi molto familiari. Risultato: 120 minuti di feroce martellamento inguinale a colpi di Bighlia e Demicelis e partita (bellissima) rovinata. Ora, un conto è pronunciare in modo corretto le parole e i cognomi stranieri, mission spesso impossible per i raffinati “puristi” di cui sopra, un altro è umiliare sistematicamente la nostra lingua madre solo perché “fa tanto chic”. Tenete presente che noi italiani siamo l’unico popolo al mondo che si comporta così nei confronti della propria identità, quindi i casi sono due: o sono gli altri che non hanno capito niente e sono rimasti “indietro”, o a sbaghliare siamo noi. Ce dite voi?

COLONIZZATORI E COLONIZZATI – E così, mentre i francesi reagiscono con orgoglio alla colonizzazione culturale della lingua (yankee) padrona, e ne gallicizzano anche le locuzioni più diffuse (libre-service al posto di self service, tanto per dirne una), noialtri pronunciamo Platinì, Baratellì e addirittura Amalfitanò come se fosse giusto e doveroso rendere omaggio alle storpiature dei cugini. D’altra parte, fatti fummo per esser dominati, evidentemente, e guarda caso non viviamo come un incubo il fatto di figurare all’ultimo posto (27.mo su 27) della classifica europea relativa al numero dei laureati – dati Eurostat 2013 – ma quello di essere solo quinti nel ranking Uefa.

NON E’ ANCORA FINITA, BEPPE… – Franza o Spagna purché se…sbaglia, quindi, e a chi importa se a rimetterci è l’Itaglia? Certo non a Caressa, né tanto meno allo “Sio”.

Enrico Steidler

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6 Responses to Nomi italiani e pronuncia spagnola: ne abbiamo due “bighlie” così

  1. fabio forever 14 luglio 2014 at 19:09

    ho il vomito dopo questo articolo, cambia mestiere finchè sei in tempo e lascia fare il giornalista a chi lo è davvero come ad esempio le persone da te citate in questo pseudo-articolo!

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    • Enrico Steidler 15 luglio 2014 at 13:57

      …Su dai Fabio, non fare così: “abbracciamoci forte, e vogliamoci tanto bene!”….

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  2. Giò 14 luglio 2014 at 20:17

    Non riesco veramente a capire il senso di questo articolo. Perchè pronunciare un nome proprio nella sua lingua originale dovrebbe essere sbagliato? E soprattutto perchè la lingua italiana ne risulterebbe umiliata? Sinceramente credo che Biglia, Zanetti e tutti gli altri con un nome “apparentemente italiano”, abbiano lo stesso diritto di un qualsiasi Götze ad essere nominati con il loro nome vero, e non con una storpiatura. Sempre che tu non intenda fare ricerche sull’origine dei cognomi, cosa che riterrei abbastanza insensata visto che si giungerebbe inevitabilmente a scoprire che molti dei cognomi che riteniamo “italianissimi” hanno in realtà ben altre origini, e dunque in quel caso saremmo noi ad aver erroneamente “italianizzato”. Per concludere in bellezza e rimanendo in tema di brutte storpiature, si scrive “Mannschaft” e non “Mannshaft”.

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    • Enrico Steidler 15 luglio 2014 at 0:11

      Gentile Giò, credo che tu stia facendo un po’ di confusione. Il cognome Zanetti non diventa “apparentemente” norvegese o keniota solo perché chi lo porta è nato e vissuto a Oslo o a Nairobi. E’ e resta italiano (di origine quasi sicuramente veneta, da “Zane”, che sta per “Gianni”), e come tale deve essere pronunciato…dagli italiani. Se poi all’estero lo storpiano pazienza, sono strafalcioni di cui non siamo responsabili. Degli errori nostri, invece, sì, e il più grave fra tutti è proprio quello di scimmiottare quelli altrui. Duole rilevare, al riguardo, che questa attitudine un po’ servile (e molto diffusa) è una peculiarità tutta italiana, è una magagna che abbiamo nel Dna e che non parla bene di noi, della nostra cultura e della nostra identità nazionale. Siamo l’unico Paese al mondo che si “fa insegnare” la propria lingua dagli altri (http://www.sportcafe24.com/84550/altri-mondi/hunziker-sole-trussardi.html), e purtroppo anche noi giornalisti abbiamo dato e diamo tutti i giorni il cattivo esempio in tal senso. Lo scopo del mio articolo, in fondo, era proprio quello di mettere in luce tutto ciò.
      P.S. Chiedo venia per la svista, che è una svista, non una “storpiatura”.

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      • Giò 15 luglio 2014 at 1:48

        Capisco il tuo punto di vista, ma il ragionamento mi sembra piuttosto presuntuoso. Mi spiego: con questo tipo di idea si crea una sorta di paradosso per cui non è piu possibile avere una chiara origine del nome. Poichè infatti il continente americano si è sviluppato decisamente in ritardo rispetto a quello europeo, e considerate le varie colonie e ondate migratorie, potremmo dire che praticamente tutti i nomi sono “importati”, e che dunque gli stati americani non hanno cognomi “indigeni”. Potrei addirittura aggiungere che l’italiano non è certo nato all’improvviso, ma è anzi frutto di continue modificazioni (in alcune parti dell’Italia ancora constatabili) che hanno origine da un ceppo comune a molte altre lingue europee. La pronuncia sicuramente era diversa, ma noi oggi lo consideriamo “italiano”. Il mio esempio paradossale vuole dimostrare che non possiamo e non abbiamo le qualifiche per scegliere fino a quale generazione retrocedere per definire un cognome “argentino” o “italiano”. E se la storpiatura creata dal nuovo popolo fosse anche scritta? Se “Podolski” fosse stato un tempo “Podolschi”? Non ne usciremmo più. Guarda Oezil: il cognome è turco, ma ha assunto l’umlaut (che non fa altro che rendere la pronuncia tedesca) ed è diventato tedesco vero e proprio, riconosciuto dallo stesso calciatore, e scritto e pronunciato così ovunque, Turchia compresa.

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        • Enrico Steidler 15 luglio 2014 at 22:33

          Caro Giò, francamente non capisco perché il mio ragionamento dovrebbe condurre al paradosso di cui parli: anzi, è evidente che va nella direzione opposta. Zanetti è un cognome chiaramente italiano (il fatto che derivi, come Magnússonn, Smith e tutti gli altri, dal lontano e comune grugnito dei cavernicoli non è rilevante in questa sede, così come non lo è la sua/loro migrazione in Argentina o altrove), e la lingua italiana ha delle chiare regole di pronuncia (è giusto che le abbia ed è giusto rispettarle, anche se è ovvio che non c’è nulla di eterno). Ora, gli argentini, che parlano lo spagnolo, sono liberissimi di fare quello che vogliono con l’italiano (anche se il rispetto delle pronunce altrui è sempre una bella cosa: se noi ci “sforziamo” di dire “Sancez” invece di “Sanchez” non si vede perché loro non possano fare lo stesso con “Zanetti”), noi no. Noi siamo tenuti a rispettarlo, soprattutto se parliamo a milioni di persone, e sotto questo aspetto il telecronista della Tv di Stato è ancor più censurabile di Caressa e di altri incauti “puristi”. Non è una cosa da poco: ne va della nostra lingua, infatti, e quindi della nostra stessa identità culturale. Ammesso che esista ancora.

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