Orazio Rotunno
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Argentina in finale 24 anni dopo: da Maradona protagonista a Messi comparsa

Doveva essere la consacrazione di Messi, serviva essere grande anche con l'Argentina: è arrivata la finale, ma non per merito della Pulce

Argentina in finale 24 anni dopo: da Maradona protagonista a Messi comparsa
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24 e soprattutto 28 anni dopo: Italia 90′ e Messico 86‘, due finali di cui una persa ai rigori proprio contro la Germania e l’altra vinta sempre con i tedeschi. Ma quello fu il mondiale di Diego, del gol più bello di tutti i tempi ai quarti con l’Argentina, della Mano de Dios, del capolavoro in semifinale col Belgio firmato dal n.10 ex Napoli e poi quell’assist geniale in finale, per il 3-2 di Burruchaga. Ora, finale permettendo, proviamo a scorgere il nome o l’immagine di Messi negli ottavi, quarti e semifinale: non c’è traccia, se non dell’assist per Di Maria ai supplementari contro la Svizzera. Poi il nulla, decisamente poco per un paragone che forse soffre maledettamente partita dopo partita: fino all’anonimato assoluto di ieri con l‘Olanda.

DIEGO ARMANDO MARADONA. PUNTO – Non c’è storia, fino ad oggi almeno è così: zero gol in due mondiali, quello del 2006 e 2010: poi i 4 gol contro le superpotenze di nome Bosnia, Iran e Nigeria avevano fatto gridare alla reincarnazione di Diego nel n.10 blaugrana, una triste illusione durata il tempo di passare alle partite che contano, quelle vere, in cui i campioni si trasformano in leggenda, le loro gesta in atti eroici destinati a passare alla storia. Di eroico, ad oggi, troviamo solo lo sforzo di assegnare a Messi il merito del ritorno albiceleste nella finale dei Mondiali, 24 e 28 anni dopo le due firmate Diego Armando Maradona. Da lui e basta: perchè come ricorderà qualcuno dall’età avanzata e qualche capello bianco in testa, di quella squadra ci si ricorda solo lui non solo per la sua immensa grandezza, quanto per la mediocrità da cui era circondato. Non vi erano i Di Maria, Higuain, Aguero, Mascherano o Garay di turno: persino un Lavezzi o Palacio avrebbe pregato Diego per averli accanto. Si vide costretto a scartare tutti per fare un benedetto gol, ricorrere anche alle mani per buttare la palla in rete: era l’Argentina più scarsa di sempre, col giocatore più forte di tutti i tempi. Nel 2014 abbiamo invece la selecion dal reparto offensivo più ricco che si sia mai visto in una nazionale di calcio, tanto da lasciare Tevez a casa, per volontà di Ct Messi. Tralasciando l’abisso carismatico fra Diego e Leo su cui è piuttosto inutile dilungarsi (è Mascherano il leader emotivo della squadra), anche tecnicamente, pur con l’Argentina in finale, Messi paga dazio. Si cercano traccie di lui dalla doppietta con la Nigeria, ultima ed inutile partita del girone. Poi il nulla o quasi fra Svizzera, Belgio ed Olanda: ieri fino al rigore trasformato nella lotteria finale si cercavano sue notizie su “Chi l’ha Visto?“. Sulle prime pagine ci andrà lui, nei titoli il suo nome dominerà la scena: qualcuno dirà “ecco, ora ha dimostrato anche in Nazionale come Diego di essere il n.1, è in finale!“. Eresia. Il risultato di squadra sarà anche lo stesso, ma quello individuale decisamente no: salvo smentite, con una Germania devastante, la Pulce potrebbe si smentire tutti e rifarsi dopo tre partite mediocri.

Diego era un altro mondo, in un’altra Argentina e contro ben altri avversari affrontati: Diego aveva un aura devastante che magnetizzava di carisma e personalità compagni ed avversari. A questo si aggiungeva una classe senza eguali, che li permise di vincere uno, quasi due Mondiali da solo. Quella stessa aura che forse sta schiacciando la Pulce, costantemente affiancato dall’ombra del “Diez“: un’ultima partita per tacere tutte le critiche ed un paragone che solo con una notte indimenticabile può dissolversi nel vento.

Forse.

Orazio Rotunno

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