Redazione
No Comments

Nelle sale “The Gambler”: le vite degli altri nel Paese dei giocatori

Esordio cinematografico di un regista lituano che si interroga sulle derive economiche e morali della sua terra

Nelle sale “The Gambler”: le vite degli altri nel Paese dei giocatori
Decrease Font Size Increase Font Size Text Size Print This Page

QUASI UN DOCUMENTARIO – Uscendo dalla sala dopo la visione dell’opera prima del lituano Ignas Jonias si possono dire molte cose ma non di aver visto un brutto film. Certamente i difetti in The Gambler (produzione Lituania/Lettonia, 2013) non mancano, eppure tra ansia di virtuosismo e indecisione fotografica il regista sembra riuscire quasi sempre a mantenere il controllo. Un’ansia che si palesa attraverso citazioni tarantiniane (ma a un certo momento sembra di vedere la parodia di un film di Guy Ritchie) e abusi di effetti visivi. Un’indecisione evidente quando ci si trova a dover definire o collocare le ingenue scelte estetiche dell’autore. Per la maggior parte del tempo, infatti, vediamo una sorta di scheda per immagini sulle derive morali e sociali di un Paese post-sovietico rimasto indietro di almeno vent’anni. Mentre, per il resto, potremmo definirlo un film di genere fresco e divertito, violento quanto basta e mai veramente volgare.

The Gambler

The Gambler

LA TRAMA – Il paramedico Vincentas è il migliore della sua sezione di Pronto Soccorso per il nono anno consecutivo. È un uomo forte e onesto, protettivo verso la donna che ama e pronto a salvare la vita di chiunque. Ma Vincentas è anche un giocatore, uno scommettitore incallito, inseguito da creditori senza scrupoli. Nel frattempo inizia una relazione sentimentale con Ieva, madre single di un bambino malato e bisognoso di cure costosissime. Allora decide di creare con alcuni colleghi un sistema di puntate sulle probabilità di decesso dei pazienti.

NESSUN DORMA – Così, tra realismo e lirismo, lontano da psicologismi e con larghe venature di grottesco, si assiste alla parabola di un buon sammaritano in evidente crisi d’identità. Per non parlare poi del disorientamento etico e della frattura economica. Una storia che si fa metafora di doppiezza e di quel disagio, quello stato di abbandono che la nazione non è in grado di esprimere (il passato è una terra perciò anche una lingua straniera) ma nemmeno di nascondere. Tutto ciò che resta sono i residui della televisione di regime, ovvero anonimi operai che improvvisano arie d’Opera in un bosco e l’immancabile diretta dell’estrazione del lotto. Perché tutti si sentano a casa. Perché continuino a dormire. E a giocare.

Alessandro Amato

Share Button

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *