Michele Lasala
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Angiolo D’Andrea, artista sommerso e salvato

Una grande retrospettiva a Pordenone ripercorre e riscopre la magnificenza della pittura del maestro friulano con oltre 120 capolavori

Angiolo D’Andrea, artista sommerso e salvato
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Angiolo D'Andrea, "Gratia plena", Collezione Bracco.

Angiolo D’Andrea, “Gratia plena”, Collezione Bracco.

Angiolo D’Andrea (San Giorgio della Richinvelda, 1880 – ivi, 1942) fu un pittore autodidatta friulano, simbolista e divisionista, combattente in Trentino durante la Prima guerra mondiale. Influenzato fortemente dalla pittura di Arturo Tosi e da quella del più noto Gaetano Previati (grande esponente del divisionismo italiano, assieme a Telemaco Signorini, Giuseppe Pellizza da Volpedo e Giovanni Segantini), D’Andrea fu molto apprezzato a Milano – dove si trasferì dal 1906 e dove ritornò nel 1918, dopo la guerra – e apprezzato anche in Sicilia, dove pure soggiornò. Amatissimo per le sue illustrazioni e per le sue opere cariche di estrema spiritualità

DALL’OBLIO ALLA RISCOPERTA – Attivissimo nell’Italia dei primi del Novecento, Angiolo D’Andrea fu molto ammirato e riconosciuto per la sua grandezza da illustri personaggi della cultura del tempo, come Camillo Boito, incontrato nel 1906. Dopo la sua morte, però, il lungo oblio, il lungo silenzio, il lungo abbandono. Dimenticato quasi del tutto, e ingiustamente misconosciuto dalla critica d’arte di tutta la seconda metà del secolo XX, solo oggi, finalmente, a distanza di settantadue anni dalla morte, Angiolo D’Andrea viene riscoperto, e questo grazie a una mostra allestita nelle sale della Galleria d’arte moderna e contemporanea “A. Pizzinato” di Pordenone (fino al 21 settembre). Una retrospettiva, curata da Luciano Caramel, che offre una lettura esaustiva dell’artista con oltre 120 opere, dai paesaggi ai soggetti più dichiaratamente sacri, con l’intento di far riscoprire quella pittura così carica di energia, piena di vitalità, intrisa di sentimento, spirito e poesia.

LA BELLEZZA DELLA NATURA – Fu un “colorista audace” il Nostro, così come lo definì già nell’«Emporium» l’architetto Giulio Ulisse Arata. Nelle opere di D’Andrea si scorge, in effetti, il desiderio di far parlare il colore, più che la forma, la luce più che il soggetto raffigurato. Una luce surreale, onirica, spirituale, rivelatrice – come quella che sovente ritroviamo proprio nei quadri dei grandi pittori simbolisti europei, e pensiamo a Arnold Böcklin, Ludwing von Hofmann, Léon Frédéric, Félicien Rops, Jean Delville, Fernand Khnopff, Walter Crane, Pierre Puvis de Chavannes  – che rende il mondo rappresentato da D’Andrea puro desiderio. Nulla di più. Un mondo altro, sognato, pensato, immaginato al di là degli orizzonti fisici e materiali della realtà contingente. Un mondo possibile, che diventa, però, nella figurazione divisionista del pittore friulano, uno spazio assolutamente presente, attuale, concreto, dove si squaderna e si distende, attraverso quella luce così spirituale, la pienezza del creato e la bellezza della Natura.

Michele Lasala

Per ulteriori approfondimenti:

www.fondazionebracco.com

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