Simone Viscardi
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Storie Mondiali: Argentina-Belgio 1986, la seconda sinfonia del “Diez”

Così come domani, quasi 30 anni fa sulla strada dell'Argentina e del suo numero 10 verso il Mondiale si trovò la rivelazione Belgio. Ecco come andò allora

Storie Mondiali: Argentina-Belgio 1986, la seconda sinfonia del “Diez”
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Nessuna edizione, nella ormai lunghissima storia dei Campionati Mondiali di calcio, è mai passata in sordina. Alcune più delle altre però sono rimaste scolpite nella memoria degli appassionati, e i motivi sono i più svariati. Il merito può essere di una squadra leggendaria (come l’Olanda di Cruijff o il Brasile di Pelè), di un episodio particolare (la testata di Zidane o il gol fantasma di Hurst) o di una partita epica (ItaliaGermaniaquattroatrè è una filastrocca che anche i più giovani conoscono a menadito). Solo una volta però, il Mondiale è stato ricordato come la cavalcata solitaria di un unico eroe, circondato da un gruppo di onesti mestieranti che mai avrebbero potuto sognare di vincere il titolo senza di lui. Perchè se chiedete a qualcuno, che nella calda estate del 1986 c’era già, chi ha vinto i Mondiali messicani, egli non vi risponderà l’Argentina, ma vi dirà un solo nome: Diego Armando Maradona.

Maradona grande protagonista nel Mondiale dell'Argentina. Era il 1986

Maradona grande protagonista nel Mondiale dell’Argentina. Era il 1986

LA MANO DE DIOS – In ogni Mondiale c’è sempre una partita simbolo, quella che rimane maggiormente impressa nei dolci ricordi dei vincitori. Spesso è la finale, altre volte la semifinale (la già citata Italia-Germania o il suo remake del 2006 per esempio). Di Messico 1986 tutti si ricordano il quarto di finale tra Argentina e Inghilterra. Troppe le connotazioni politiche e troppi gli episodi sportivi accaduti per non eleggerlo come match-manifesto del capolavoro maradoniano. La guerra tra i due paesi per le Malvinas (o Falkland, se preferite), il gol di mano del “Pibe de Oro” e la successiva rete realizzata dribblando chiunque nello stadio avesse l’abitudine di prendere un thè alle cinque del pomeriggio sono colpi di scena che nemmeno il miglior sceneggiatore avrebbe partorito. Tantissime emozioni, ricordi indelebili, ma era solo un quarto di finale. Prima dell’atto conclusivo contro la Germania, Marado… ehm, l’Argentina dovette superare un altro ostacolo. Un’altra squadra europea, guidata dal talento di un giocatore figlio di immigrati e da un portiere straordinario. Se la cronaca sportiva di questi giorni vi suggerisce una risposta, non vi sbagliate: quella squadra, era proprio il Belgio.

LES DIABLES ROUGES – In porta, come detto, un fenomeno. Jean-Marie Pfaff, per anni estremo difensore del Bayern Monaco e della nazionale (fino probabilmente a questa) più forte della storia del Belgio. Davanti a lui una difesa folta, di sostanza più che di qualità, e un centrocampo impreziosito dal talento – mai del tutto compreso – di Vincenzo Scifo, un nome che trasuda italianità sillaba dopo sillaba, ma che nel nostro paese vivrà alterne fortune con le maglie di Inter e Torino. In panchina un genio, quel Thys capace di elevare a ottimo team un gruppo di giocatori che presi singolarmente non avrebbero certo fatto grandissime cose. Dopo un girone giocato così così, negli ottavi il Belgio esplose superando l’Armata Rossa Sovietica, che due anni più tardi sfiorerà il titolo continentale (fermata peraltro dai cugini dei belgi, ossia l’Olanda di Gullit e Van Basten). Nei quarti a essere eliminata è la Spagna, ma solo ai calci di rigore. Eccoci alla semifinale, tra due squadre non eccelse ma dotate di grande organizzazione tattica, e solo un uomo capace fare la differenza. E la farà.

LA PARTITA – È il 25 giugno 1986, si gioca all’Azteca di Città del Messico. Le condizioni sono favorevolissime per lo spettacolo, e fin dai primi minuti l’Argentina prova a colpire. Valdano è scatenato ma impreciso, mentre Maradona sembra voler iniziare in sordina. Il muro belga, in ogni caso, regge l’urto e prova a far male in contropiede. All’inizio della ripresa il punteggio è ancora sullo 0-0, e la sensazione tra i tifosi dell’Albiceleste è che solo un colpo di genio del loro numero 10 potrebbe far saltare il banco. Al minuto 51 Burruchaga gestisce un pallone sulla trequarti, quando vede un treno con la sua stessa maglia fendere l’aria tagliando in due la difesa in divisa rossa. Il passaggio filtrante è millimetrico, Maradona – attaccato contemporaneamente da 2 difensori e dal portiere – riesce ad arpionarlo con l’esterno piede sinistro e a spedirlo alle spalle di Pfaff per l’1 a 0. Dopo le prodezze contro l’Inghilterra ecco un’altra rete straordinaria, sugli spalti è il delirio, ma i tifosi non sanno che il meglio deve ancora venire. Passano 10 minuti, il Belgio ci prova ma emergono tutti i suoi limiti tecnici, Claesen spedisce in curva da due passi l’occasione del pareggio, dall’altra parte Pfaff nega il gran gol a Olarticoechea. Al 63′ il pallone torna tra i piedi magici del “Diez Argentino”. Maradona punta la porta passando letteralmente in mezzo alla difesa belga, trovando pertugi impossibili anche solo da concepire per un normale essere umano. Arrivato in precario equilibrio davanti a Pfaff, là dove chiunque avrebbe ciabattato in tribuna, Diego calcia un sinistro dalla bellezza commovente, gonfiando la rete per la seconda volta. L’Argentina è in finale, e in quel momento finisce la favola del Belgio.

CORSI E RICORSI – Come tutti sanno, l’Argentina poi effettivamente vinse quei Mondiali contro la Germania, mentre il Belgio chiuse quarto. Da un lato il merito del successo andò tutto alle straordinarie doti del numero 10, mentre dall’altro l’inatteso exploit fu il premio per un gruppo irripetibile. Un giocatore così per l’Argentina, e una squadra del genere per il Belgio, possono oggettivamente ripassare solo ogni 30 anni. E, guarda caso, da allora ne sono trascorsi 28.

Simone Viscardi (@simojack89)

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