Antonio Casu
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L’Italia e l’ennesimo anno zero: le paure di Prandelli e di una nazione

Senza coraggio, non si fanno le rivoluzioni

L’Italia e l’ennesimo anno zero: le paure di Prandelli e di una nazione
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L’Italia ha perso,è uscita a brandelli dal Mondiale e ha trionfato la paura. La sconfitta di ieri ha segnato formalmente la fine del ciclo prandelliano, in realtà già concluso prima dell’inizio del torneo. Rinunciare alle proprie idee in nome di soluzioni apparentemente più semplici è sempre un’arma a doppio taglio, l’eliminazione non è stata altro che un’amara conseguenza. La cicatrice che segna un’onta può essere il punto d’inizio per una rinascita, ma non stavolta. Lavorare sulle ferite non sarà sufficiente, si dovrà lavorare molto più a fondo.

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L’ONTA SUDAFRICANA NON HA INSEGNATO NULLA – In Italia, la retorica legata alle rivoluzioni e ai nuovi inizi è tanto fastidiosa quanto sterile. Il nostro Paese (il mondo del calcio è solo una delle tante punte dell’iceberg) non sa imparare dalle sconfitte. Non successe dopo l’umiliazione in Sudafrica di quattro anni fa e probabilmente non accadrà neanche ora. In fondo, si cambia forma per rimanere sempre sé stessi. L’inerzia è il nostro male peggiore. Nonostante tutto, nel 2010 i presupposti per la rinascita erano quantomeno rosei. La cupa seconda era lippiana si chiuse con indicazioni precise sul futuro: Prandelli era un guru sul quale fare affidamento, i giovani italiani che si affacciavano alle porte della Nazionale erano di belle speranze. Le lacrime di Johannesburg seppero essere dolci ed amare allo stesso tempo, ripartire con i migliori propositi  sembrava essere possibile. Eppure non è andata così.

L’ITALIA DELLE ILLUSIONI – L’ottimo Europeo disputato due anni fa (così come il Mondiale vinto nel 2006) sono stati specchietti per le allodole ideali per celare i problemi del nostro calcio, vittima della tradizione e della paura. L’exploit di alcune belle notti di mezza estate hanno illuso un intero popolo di tifosi, convinto del fatto che fosse sufficiente essere italiani per esserci nei momenti che contano.Gli errori di Prandelli sono gli stessi di un Paese che non ha sufficiente coraggio nelle proprie idee e si aggrappa alle sicurezze relative di un momento.  In nome del terrore di fallire, l’ex commissario tecnico ha sconfessato quattro anni di lavoro in pochi giorni. Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti.

UN’ITALIA SENZA BASI – Le colpe di Prandelli sono tante, ma in una certa misura giustificabili dall’assenza di basi solidi in seno alla Federazione e all’intero Sistema. Non è facile trionfare in un Paese che non organizza una grande competizione calcistica da ventiquattro anni, costretto a presentare ai Mondiali una rosa di giocatori nella quale nessuno ha giocato le ultime semifinali di Champions League e  in cui l’Under 21 è formata per più di due terzi da calciatori che giocano in Serie B o Lega Pro. Non è facile vincere in un Paese in cui un cognome con suffisso -inho ha più appeal di un Rossi qualunque. Non è facile vincere in un Paese in cui si ha paura di cambiare. Sicuramente non è facile, forse è impossibile. È tanto qualunquista affermarlo quanto lo sono i discorsi del dirigente di turno, pronto ad affermare dopo ogni sconfitta che tutto cambierà e l’Italia sarà presto un Paese nuovo. Se non si creano le fondamenta, si costruisce un castello di carte che crolla alla prima folata di vento. Senza coraggio si vivranno dieci, cento, mille pomeriggi di Natal. In fondo, il vero problema dell’Italia è quello di essere irrimediabilmente italiana. Nel bene e nel male.

Antonio Casu

@antoniocasu_

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