Enrico Steidler
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Quattro giorni, due morti. Afghanistan? No, Tourist Trophy

Dopo il 65enne Bob Price (morto l’altro ieri schiantandosi contro un muro al Ballaugh Bridge) il famigerato circuito dell’Isola di Man miete un’altra vittima, Karl Harris, 34 anni, tre volte campione britannico di Supersport

Quattro giorni, due morti. Afghanistan? No, Tourist Trophy
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Nel vecchio continente ci sono isole che sono presenti solo sulle mappe (Nisida è un’isola e nessuno lo sa, canta Edoardo Bennato) e altre che sono note in tutto il mondo per le loro attrattive paesaggistiche e culturali. Fra queste, però, ce n’è una che si distingue, una il cui solo nome mette i brividi ed evoca ovunque l’idea del cimitero dei motociclisti, del mattatoio a cielo aperto, della strada costellata di croci e di “tacche” sulle recinzioni vecchie più di un secolo: è l’isola di Man, piccolo lembo di terra in mezzo al mare d’Irlanda dove ogni anno si celebra il sanguinoso rito dello Snaefell Mountain Course, una gara motociclistica che dal 1907 ha già prodotto 255 morti (fra piloti, commissari di gara e spettatori) e centinaia di invalidi. Se lungo il circuito (un anello di 60,7 km) piantassimo una croce per ogni vittima, ce ne sarebbe una ogni 238 metri. Fra 100 anni, continuando così, sarebbe come avere un guard-rail.

Karl Harris

Karl Harris

AVANTI IL PROSSIMO – Cavoli loro, in fondo, verrebbe da dire, ma in realtà non è così. Il sangue, infatti, schizza addosso a tutti, e non avrebbe alcun senso tenere la macabra contabilità dei morti ammazzati (e dei centauri finiti in carrozzella) se lo scopo fosse solo quello di aggiornare il pallottoliere e di spendere le solite parole di circostanza. Eppure tanti lo fanno, e il feretro è quasi sempre seguito, in questa nostra società antropofaga e “coccodrillesca”, da fiumi di lacrime che durano il tempo di un pit stop, condoglianze in ciclostile e frasi preconfezionate: “la dinamica dell’incidente deve essere ancora chiarita”… “aveva solo 22 anni ma era già considerato un veterano”… “Il pilota lascia la moglie e due bambini”… “se n’é andato nella stessa curva dove persero la vita altri 12 centauri e 6 spettatori”… “colpa dell’asfalto bagnato”… “tragica fatalità”…

O LOGICA CONSEGUENZA? – Tragica fatalità? Cosa? No, questo è troppo. Tragica fatalità è morire colpiti da un fulmine o da un meteorite; schiantarsi contro un muro a 200 km/h è solo folle incoscienza, temerarietà border line e mai curata che col coraggio, quello vero, non ha niente a che vedere. E invece no… Per lo Star System del motociclismo estremo (e del giornalismo “contabile”) i piloti che si sfracellano lungo strade di campagna dove il limite massimo è di 48 km/h (30 miglia) non sono dei pazzi furiosi, ovviamente, ma uomini di sport che hanno pagato con la vita la loro passione e che lasciano un vuoto incolmabile. “Era uno dei grandi protagonisti del paddock. Il suo entusiasmo contagioso e il suo senso dell’umorismo hanno illuminato molti briefing. Era un pilota di enorme talento e ci mancherà davvero tanto”. “Era una persona genuina e cordiale, che aveva sempre tempo per tutti. Ci mancherà molto. A chi sono rispettivamente dedicati i due elogi funebri di Gary Thompson, direttore di gara del Tourist Trophy? A Karl Harris, ultima vittima del circuito serial killer, o a Yoshinari Matsushita, il pilota giapponese morto giusto un anno fa? Fate voi, è uguale…

Per la cronaca, dopo il tragico incidente di Karl Harris la gara è proseguita come se nulla fosse ed è stata vinta da Michael Dunlop in sella a una BMW S 1000 RR ufficiale. The show must go on. Un saluto dall’isola di (Dead) Man. Amen.

Enrico Steidler

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2 Responses to Quattro giorni, due morti. Afghanistan? No, Tourist Trophy

  1. michele 5 giugno 2014 at 15:08

    sono consapevoli che in questo sport e soprattutto in questa gara il rischio della morte è costante, sono però d’accordo con la critica riguardante tutto ciò che circonda questa gara, tutti questi avvoltoi ai quali non importa minimamente della vita dei piloti.. ma, d’altronde gli sponsor sono cari..

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  2. Marco 30 ottobre 2014 at 10:19

    Invece a me fanno schifo i giornalisti avvoltoi, che aspettano solamente la morte di qualcuno per poter scrivere un articolo moralista, dimostrandosi molto più “antropofagi e coccodrilleschi” della società che accusano.

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