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Walter Mazzarri, storia di un burbero che sa solo vincere

Walter Mazzarri, storia di un burbero che sa solo vincere
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Walter Mazzarri, allenatore del Napoli

Da Acireale fino alle vette del calcio italiano, biografia e vittorie dell’allenatore azzurro

Avete presente il profilo del lupo di mare da cliché, quello dell’uomo corrucciato, scorbutico, quasi sgarbato, ma dall’olio di gomito che unge parecchio ed il cuore dorato? Addolcitegli la parlata, il modo di porsi, travasatelo nel calcio, ed avrete un sosia quasi perfetto di Mazzarri Walter, anni cinquantadue, direttamente da San Vincenzo di Livorno. Un uomo arcigno ai limiti della durezza, un carattere tutto spigoli ed arrabbiature e una simpatia difficile da scassinare fanno da contraltare mediatico all’allenatore che, sorretto dalla convinzione nelle proprie idee e da un’enorme cultura del lavoro, non sbaglia mai un colpo, dagli inizi come delfino di Ulivieri sino alle vette più alte del calcio italiano. Mazzarri lascia il calcio giocato dopo una carriera che sa troppo d’occasione mancata: era l’Antognoni-bis nelle giovanili della Fiorentina, ma infortuni e testa “alla Balotelli” gli hanno precluso le chance di mantenere le promesse e diventare grande. Gira le categorie inferiori, per poi accucciarsi docile nell’ovile di Renzo Ulivieri, altro toscanaccio difficile da domare, a quel tempo demiurgo di Bologna prima e Napoli poi.

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Dopo l’apprendistato con Renzaccio, Mazzarri inizia a navigare da solo. Il primo porto è Acireale, il secondo, unico non di mare della carriera, è quello di Pistoia: per sintetizzare,due anni buoni di gavetta in terza serie. Non dovrà fare tanta strada, Mazzarri, per giungere al prossimo scalo. Lo chiama casa sua, il Livorno di Spinelli, un invito irrifiutabile. Il buon Walter coglie la palla al balzo, e nel campionato cadetto più lungo della storia (ventiquattro squadre, quarantasei partite e ben sei promozioni), coglie un’impresa storica, riportando i labronici in serie A dopo oltre mezzo secolo. La storia più unica che rara di profeta in patria non cambia il Mazzarri-pensiero, che sembra esaltarsi nella stagione unica, nella toccata e fuga. Altro porto, stesso colore, tutt’altro mondo: a chiamare è la Serie A, attraverso l’amaranto della Reggina di Lillo Foti. Scoppia una bella scintilla tra il burbero livornese e la Calabria, dato che Reggio, per Mazzarri, diventerà casa per addirittura tre stagioni. Le prime due parlano di comode salvezze, la terza vive sulle scorie e sulle penalizzazioni di Calciopoli, con un pesante meno undici da recuperare. Insomma, la classica impresa impossibile. Eppure, Mazzarri compie il miracolo. Bianchi ed Amoruso compongono una delle coppie gol più affiatate ed di tutto il campionato, e la Reggina, a ritmo di zona UEFA potenziale, si salva alla grande. Mazzarri è un dio in terra di Calabria, ma ambisce a qualcosa di più. Genova sponda blucerchiata,mare e blasone, pare la scelta adatta. Il prode Walter resterà due anni alla Sampdoria, sfiorando la Champions e la vittoria in Coppa Italia (sconfitta ai rigori nella finale con la Lazio nel 2009), e compiendo il miracolo di recuperare alla causa del calcio italiano un signor talento come Antonio Cassano. Al termine della seconda stagione, l’uomo di San Vincenzo è già saturo. Si ferma per un po’, fino alla chiamata della vita.

E’ l’ottobre 2009, e un Napoli annaspante decide di puntare su di lui. Sarà ampiamente ripagato dalla scelta: dalla zona retrocessione alla qualificazione UEFA diretta, col bel record di quindici risultati utili iniziali e un futuro di meraviglie tutto da scrivere. L’estate del 2010 porta in dote un Cavani in più, e il Napoli prende a volare. Inizia alla chetichella il campionato, per poi salire sempre più in classifica, fino a diventare grande antagonista del Milan in chiave scudetto. Sarà un sogno effimero, prematuro, ma bello ed importante, specie perché conduce alla qualificazione in Champions League, la prima della storia azzurra dopo i tempi d’oro di maradoniana memoria. Il terzo posto finale e la buona Europa League (eliminazione ai sedicesimi col forte Villareal) schiudono al Napoli le porte del grande calcio. Sarà Champions, sarà lotta scudetto, sarà essere protagonisti assoluti. Gli azzurri non deluderanno le attese. Il 3-4-3 del tecnico livornese porta gli azzurri ad essere una vera sensazione della Champions, con un passaggio del turno che sa d’impresa nel girone di ferro (Manchester City e Villareal a casa). Il campionato sarà inizialmente trascurato, mentre la Coppa Italia sembra poter regalare soddisfazioni, con Cesena ed Inter battute nel sentiero che conduce alle semifinali. Il resto è storia recentissima: il sogno europeo si concluderà a Stamford Bridge, con un 1-4 che non rende giustizia ai meriti di un Napoli che esce a testa altissima dopo il 3-1 del San Paolo. La rimonta fino al quarto posto in campionato e l’accesso alla finale di Coppa Italia (2-0 al San Paolo contro il Siena dopo l’1-2 patito al Franchi) lanciano Mazzarri e i suoi scudieri nel gotha del calcio italiano, all’inseguimento di un altro storico piazzamento-Champions e del primo trofeo del post-Maradona. Nel mentre, vagonate di grandi calciatori valorizzati ed esaltati: Lavezzi, Hamsik, Maggio e Cavani, certo, ma anche cavalieri meno d’aplomb come Aronica, Campagnaro e Gargano, gente tosta come il tecnico che li ha plasmati come giocatori d’elite, come quell’allenatore tanto burbero quanto dannatamente bravo a far volare le sue squadre sulle ali del gioco e dei risultati. Non si sprecano voci sul futuro del vate livornese, con l’Inter che pare premere per averlo come artefice della ricostruzione. Ora come ora,però, Mazzarri è l’allenatore del Napoli, e non nel senso contrattuale del termine. E’ l’allenatore del Napoli perché rappresenta l’archetipo, il prototipo, l’idealtipo perfetto del mister azzurro, e immaginarlo lontano da Partenope, nonostante il rapporto fumantino con il patron De Laurentiis, attualmente, è pura follia. I tipi burberi, col cuore e l’olio di gomito che unge parecchio, a quanto pare, a Napoli ci stanno veramente a pennello…

Alfonso Fasano

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