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Brasile 2014, fango e sangue sotto una patina d’oro

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Niente di nuovo sotto il sole. Che sia quello soffocante delle latitudini brasiliane o quello micidiale del Qatar, dove si disputeranno i mondiali del 2022 (“Sai, ognuno fa degli errori nella vita Blatter dixit), la regola del business è sempre la stessa: per produrre un quintale d’oro sono necessari miliardi di ettolitri di sudore e di sangue, e mentre il fatturato se lo spartiscono i soliti noti – dagli organizzatori ai burosauri della Fifa, dai politici alle osannate primedonne della pelota – i liquidi organici ce li mettono i poveracci. Qualche monetina, e affare fatto. E’ sempre stato così, e quando il teatro della rutilante manifestazione è un Paese non del tutto allineato agli standard di benessere (immacolato?), controllo sociale e legalità propri del mondo occidentale, il problema assume inevitabilmente i contorni del dramma.

Joseph Blatter, presidente della Fifa dall'8 giugno 1998

Joseph Blatter, presidente della Fifa dall’8 giugno 1998

LA BANALITA’ DEL BUSINESS“Routine, cose che possono accadere. Tenetevi forte: questo commento a riguardo della nona vittima nei cantieri degli stadi brasiliani (un operaio morto folgorato mentre stava lavorando all’impianto elettrico dell’Arena Parental di Cuiabà) non è firmato, come potrebbe sembrare a prima vista – da Joseph Blatter (“Il calcio è più importante dell’insoddisfazione delle persone” disse l’anno scorso il prode numero uno della Fifa mentre la vetrina della Confederations Cup era “oscurata” dagli scontri fra manifestanti e polizia) ma da quel mito dello sport che si chiama Pelè. E mentre la corruzione dilaga e l’impianto di Brasilia – l’Estadio Nacional“è l’unico (su 12, ndr) che funziona davvero”, come riconosce mestamente la stampa brasiliana, il Paese sudamericano deve ora fare i conti con un disavanzo da capogiro – si parla di 11,7 miliardi di dollari già sottratti al finanziamento pubblico e privato – e con la protesta che sale da strati sempre più vasti della popolazione, cui “nel 2007 fu promesso il vino – ecco l’efficace sintesi di Fernando Ferreira, noto esperto di marketing sportivo – e oggi si ritrova con l’acqua”. Per non parlare, poi, delle infrastrutture (trasporti, parcheggi, ecc.), messe ancor peggio degli stadi, e di quelle altre cosucce di routine come lo sfollamento forzato di 80 mila persone dai sobborghi (Metro Mangueira e Vila Harmonia a Rio de Janeiro, ad esempio) troppo vicini agli stadi e quindi demoliti di gran carriera per fare spazio a hospitality e sponsor vari.

Bambina pakistana cuce a mano un pallone. Compenso medio per ogni pallone: 25 centesimi di dollaro

Bambina pakistana cuce a mano un pallone. Compenso medio per ogni pallone: 25 centesimi di dollaro

PER UN PUGNO DI RUPIE – E se ieri sera a Belem la folla inferocita ha preso d’assalto il luogo dove è custodita la Coppa del Mondo (che sta facendo il giro del Brasile) costringendo gli organizzatori ad annullarne la prevista “ostensione”, nel lontano Pakistan milioni di donne e bambini si ammazzano di fatica dall’alba al tramonto per cucire a mano i “Brazuca” (i palloni ufficiali del torneo) richiesti dagli organizzatori e dal famelico mercato internazionale. Tutto normale, cose che possono accadere. Già, così come può accadere che il Qatar – 45° all’ombra in estate – riesca ad assicurarsi il mondiale del 2022 grazie all’ “amicizia” di Paesi come Francia e Germania, e che l’allestimento del “circo” (come lo definisce Romario) sia reso possibile da un esercito di operai-schiavi – per lo più provenienti dal Nepal – che lavorano in condizioni a dir poco disumane e che spesso ci lasciano la pelle per puro e semplice sfinimento. Secondo il rapporto della Confederazione sindacale internazionale (CSI), i morti, ad oggi, sono già oltre 400: una vera e propria strage, insomma, una spaventosa carneficina consumata sull’altare del sanguinario dio profitto.

D’altra parte, che volete farci? “Ognuno fa degli errori nella vita”.

Enrico Steidler

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