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Gilardi: “Giovani, ricominciate a sognare l’azzurro” | Esclusiva

“Giocare in Nazionale non rappresenta più un obiettivo per i giovani cestisti italiani. Importante un recupero del senso di appartenenza”. Enrico Gilardi ci presenta il progetto dei Centri Sportivi Federali richiamando ai valori sottostanti alla loro ideazione

Gilardi: “Giovani, ricominciate a sognare l’azzurro” | Esclusiva
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Gilardi e Timo durante una festa per il Banco Roma

Gilardi e Timo durante una festa per il Banco Roma

Una mattinata soleggiata di inizio maggio, in un ateneo della periferia romana. Vedo arrivare la sua figura importante da lontano. Lo vedo arrivare e nella mia mente passano gloriosi i fotogrammi dell’argento olimpico di Mosca del 1980. Una finale per me solo vista in televisione, in quegli speciali raccontati per omaggiare squadre e campioni degni di tali manifestazioni.

Lo vedo arrivare e nella mia testa risuona il patriottico Inno di Mameli, quel “Fratelli d’Italia” che tanti unisci e pochi separa.
Lui è quello di sempre: tempo, vittorie ed incarichi importanti non hanno cambiato quell’espressione genuina e sincera che tanto piaceva alla gente, né ne hanno modificato l’atteggiamento di ascolto e disponibilità nei confronti degli altri.

Lui è Enrico Gilardi e nel corso della chiacchierata tra i banchi di un’aula universitaria, ci spiega il significato dell’essere una bandiera nel mondo della pallacanestro, ci spiega il segreto del suo feeling con la gente, siano essi ammiratori o giovani promesse del basket italiano. Ed è proprio su questi giovani, cestisti, arbitri o preparatori atletici che è stato costruito e sviluppato il progetto dei Centri Tecnici Federali.

Enrico, chi coinvolge e su cosa punta il progetto dei Centri Tecnici Federali?
“I Centri Tecnici Federali puntano a fornire input tecnici ai ragazzi in poco tempo e a sviluppare coordinamento e collaborazione fra tutte le figure che si relazionano durante una partita. Giocatori, allenatori, arbitri e preparatori atletici si coordinano su un tema lanciato nel corso dell’allenamento dal referente tecnico. Alla base l’idea forse anche un po’ romantica, che la cooperazione, l’allenamento comune e la conoscenza reciproca fra la componente arbitrale e i giocatori possano abbattere il muro di diffidenza esistente”.

Cosa l’ha spinta a puntare su questo aspetto nel progetto?
In una partita, la qualità della componente arbitrale fa la differenza: un buon giocatore in un match con un cattivo arbitraggio non riuscirà mai a far risaltare le proprie doti. Tutti si ricorderanno della cattiva gestione della gara, piuttosto che della componente agonistica. Una collaborazione tra arbitri ed atleti in campo nel lungo termine potrà portare ad una diffusione della cultura sportiva anche tra tifosi e genitori. La componente arbitrale è da considerare più come componente sportiva che come giudice”.

C’è stato un episodio particolare che l’ha spinta a questa riflettere su questo aspetto da cui nasce il progetto?
“Lo stimolo mi è venuto durante un raduno di allenatori in cui parlando di giovanissimi si disse: “Facciamoli giocare e dopo impareranno i fondamentali”. Da lì è partita la mia considerazione: se si sviluppano dei vizi di esecuzione nel gioco, ci sono fasce di età in cui è possibile correggerli e fasce in cui far ciò diventa impossibile. Anche per gli arbitri è importante saper interpretare ciò”.

Va bene lo stimolo Enrico, ma c’è stato un episodio anche della sua carriera che l’ha spinta a riflettere su questo aspetto?
Lui sorride e risponde: “Da giocatore romano di pallacanestro ricordo alcune trasferte, come quelle su Milano ad esempio, in cui l’arbitro aveva la tendenza a fischiare più facilmente. La paura di essere rappresentato da una classe arbitrale inadeguata è forte. Il giovane arbitro dimostra una tendenza verso un uso del fischietto più disinibito e può essere soggetto a simpatie: certo, l’imparzialità totale è impossibile, ma limitare questi comportamenti significa creare arbitri il più possibile asettici. L’arbitraggio è perfetto se in una partita l’arbitro è stato invisibile”.

Tornando al discorso sui fondamentali, cosa ha influito sulla loro perdita?
“La spettacolarizzazione tipica del contesto americano dell’NBA, con la chiara e netta differenza che in Italia manca il bacino di utenza tipico americano che è quello proveniente dal loro sistema scolastico”.

Cosa sognano i giovani cestisti italiani, l’NBA o di indossare la maglia azzurra?
“Di sicuro l’NBA. E per quelli che giocano nell’NBA, giocare in Nazionale non rappresenta un’ambizione”.

Lei ha indossato e onorato quella maglia azzurra, ma ha mai sognato NBA?
“Ai miei tempi non era proponibile”.

Forse anche la scarsa rappresentanza italiana nel campionato di Lega di Serie A, impedisce ai giovani di sognare di giocare in casa. Quali sono le proposte in merito?
“E’ una proposta impopolare ed economicamente impensabile, ma la soluzione sarebbe quella di mettere fuori dalla Federazione il Campionato di Serie A puntando sulla nazionalizzazione del campionato di Serie B. Canalizzare la componente del tifo verso figure del basket italiano: sappiamo che il tifo è fazioso e che si tifa se ci si vede rappresentati. Dare ai giovani talenti italiani il giusto rilievo, potrebbe veicolare il tifo verso una dimensione più nazionale”.

A proposito di tifo, Lei conosce bene l’affetto della gente; per i romani (che lo avevano “Core de’ Roma”) e per la Virtus Roma è stato una bandiera, un po’ come Francesco Totti nella A.S. Roma. Ma cosa significa essere una bandiera nel mondo del basket?
“Per me ha significato mostrare appartenenza alla maglia, mostrare la mia romanità ed i valori positivi dell’uomo nel gioco e del gioco nell’uomo anche a costo di scontentare le frange del tifo organizzato, i pochi “curvaioli” per intenderci. La consapevolezza della mia figura nell’immaginario collettivo riaffiora nella quotidianità più oggi che in passato, quando la gente mi riconosce e rammenta le vittorie di quella Virtus”.

Con “quella” Virtus, Lei ha vinto tutto. Il biennio ‘82- ’84 rimane scritto negli annali di basket della società capitolina. Se chiude gli occhi, qual è il primo fotogramma che le compare?
“Uno striscione appeso al cancello di casa, il mattino dopo la vittoria, con su scritto: “GRAZIE DI TUTTO”. Ma senza folle a seguito. Tanto da potermi recare come di consueto in oratorio per commentare la partita con gli amici di sempre”.

Cosa vorrebbe trasmettere ai giovani cestisti italiani?
“Il senso di appartenenza all’Italia andato un po’ perso negli ultimi tempi e la meritocrazia. Valori fondamentali soprattutto in una logica di contaminazione proveniente dal modello americano. Quelle parole stavolta suonano nella mia mente come un verso di Ligabue: “e la guarda distratto come fosse una moglie, come un gioco in soffitta che gli ha tolto le voglie”. Puoi cambiare squadra, maglia anche mondo, puoi persino cedere ai bagliori dei riflettori dell’NBA, ma se hai l’Italia nel cuore, quella maglia azzurra la vorrai indossare sempre”.

Anna Graziano

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