Enrico Steidler
No Comments

Zanetti e la maglia numero 4: se io fossi il presidente dell’Inter…

Ritirare la maglia di Zanetti? “E’ una possibilità” ha dichiarato il presidente dell’Inter Thohir. Remota, si spera

Zanetti e la maglia numero 4: se io fossi il presidente dell’Inter…
Decrease Font Size Increase Font Size Text Size Print This Page

“Se io fossi…” Chissà quante volte tutti, nessuno escluso, abbiamo iniziato una frase usando queste parole. Migliaia. Certo, a dire il vero è anche molto diffusa, ahimè, la versione “se io sarei…”, ma questo è un altro discorso e il concetto è lo stesso. Se io fossi in te, se io fossi il capo del governo, se io fossi il Papa…le possibilità sono infinite, e siccome siamo tutti molto bravi a metterci nei panni degli altri a parole, il se io fossi/sarei è destinato a furoreggiare da qui all’eternità. Ideale per introdurre un consiglio o un’esortazione, questo aureo incipit sfrutta fino in fondo i super-poteri del congiuntivo, e si rivela molto efficace in qualsiasi circostanza: volete aiutare qualcuno? Benissimo. Volete tendergli una trappola? Meglio ancora! Volete esprimere un sogno o un desiderio? Perfetto.

Se io fossi il presidente dell’Inter, quindi, non autorizzerei mai il ritiro della maglia numero 4 di Javier Zanetti, così come mi opporrei con tutte le mie forze al ritiro di qualsiasi maglia e per qualsiasi motivo, lieto o meno che sia non importa. Le ragioni sono tantissime, ma la prima basta e avanza: non c’è niente di sportivo in tutto ciò.

Javier Zanetti

Javier Zanetti

RISPETTO SI’, FETICISMO NO – Si dice spesso che il tifo, sinonimo di passione sportiva, è una fede, e sotto questo aspetto la venerazione e l’idolatria, con tanto di reliquie custodite in una teca di cristallo, sono comprensibili. Che siano giuste, però, è un altro discorso. I valori, l’etica, il messaggio e lo stesso perché dello sport, infatti, vengono traditi alle spalle se ci comportiamo come fedeli e non come sportivi. Pensate ai bambini che iniziano a giocare a pallone con il sogno di indossare un giorno la maglia del mitico Capitano: che senso ha negarglielo? Sarebbe questo lo sport? La maglia non è un cimelio né un oggetto sacro (come pensa la devota e pia fauna curvaiola), ma più semplicemente – si fa per dire – è un simbolo.

11 NUMERI 4 – Il merito e la gratitudine, quindi, non c’entrano niente, e una maglia non rappresenta mai un giocatore ma solo e unicamente la sua squadra. E se il numero è così importante, allora la cosa più giusta da fare non è quella di seppellirlo in un sacrario ma semmai di “clonarlo” (come tutti i tifosi della Beneamata vorrebbero fare direttamente alla fonte con il loro immenso Capitano), e di farlo indossare a tutti i giocatori e per sempre. D’accordo, forse questo sarebbe il modo più corretto – se non l’unico – di usare un simbolo per fare qualcosa di simbolico – però schierare 11 giocatori con lo stesso numero non è possibile, ovviamente, mentre ritirarne uno .

TRA FASHION E “SVALUTATION” – La moda, tanto per cambiare, è nata molti anni fa in America nell’NBA, e da lì si è diffusa in tutto il mondo e un po’ in tutti gli sport, anche se c’è da dire che in nessun Paese ha conosciuto tanta fortuna come da noi. Il perché, conoscendo i nostri polli, così facili ai gesti plateali e alla spettacolarizzazione dei sentimenti, è facile da intuire, e tuttavia sarebbe il caso di invertire la tendenza prima che l’inevitabile svalutazione faccia il suo corso. Dal 1997, anno in cui il Milan ritirò la maglia numero 6 di Franco Baresi, sono state già 19 le maglie ritirate per i motivi più diversi, dai meriti sportivi (Maradona, Baggio, Maldini, ecc.) all’omaggio postumo (Facchetti, Signorini, Morosini, ecc.), e quella di Zanetti sarebbe la ventesima…

LO STRANO CASO DEL DOTTOR PROTTI E DI MISTER MALDINI – Non tutte le maglie ritirate, però, lo restano in eterno, e la loro storia ci dice qualcosa di chi le ha indossate. Prendiamo Igor Protti, ad esempio: nel 2005 il Livorno ritirò la sua maglia numero 10, ma l’attaccante – scrive Wikipedia – “espresse la volontà che quella maglia fosse nuovamente indossata, in modo che tutti potessero sognare un giorno di vestirla. A partire dalla stagione 2007-08, la maglia numero 10 fu effettivamente utilizzata da Francesco Tavano. Un po’ meno nobile, invece, il desiderio “nepotistico” di Paolo Maldini, che “ha voluto che uno dei suoi figli possa in futuro vestire il numero 3 qualora arrivi a giocare con il club da professionista”. Questione di gusti, insomma, e di sport.

Che dire in fondo? Che hanno ragione Protti e il Manchester United (il numero 7 è passato da George Best a Cantona, da Beckham a Cristiano Ronaldo…): una maglia è una bandiera, fatta per essere sventolata e non messa in un cassetto, e al tempo stesso un testimone da consegnare a chi ha l’onore (e l’onere) di riceverlo. Questo è il messaggio dello sport, questa è la sua etica. Tutto il resto è moda.

Enrico Steidler

Share Button

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *