Elisa Belotti
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La Allen terapia: del riso e dell’oblio

Come sopravvivere alle nevrosi con un po’ di sana ironia

La Allen terapia: del riso e dell’oblio
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WOODY, WOODY, CHI SEI, WOODY?- Woody Allen, al secolo Allan Stewart Köningsberg. Qualcuno è andato al cinema ultimamente e se l’è trovato nel film di John Turturro: Gigolò per caso. Indicativo è il fatto che molte delle persone che si sono recate a vedere questo film fossero convinte che il regista fosse Woody Allen. È un errore del tutto perdonabile, perché il nostro instancabile ebreo mingherlino e paranoico è tante cose: regista, attore, sceneggiatore, clarinettista, compositore, scrittore e commediografo. Ma di tutto questo si è parlato e riparlato, di quanto sia bravo Allen regista, di quanto faccia simpatia Allen attore, di quanto facciano ridere i suoi testi, di quanto se la cavi alla grande con il clarinetto ad libitum. C’è una cosa, tuttavia, di cui nessuno parla mai. Una cosa che non compare nell’elenco striminzito e riduttivo di quello che quest’uomo è. E allora questa paginetta sarà dedicata a una sola delle molteplici facce del nostro Woody. Woody Allen è, forse sopra ogni altra cosa, una terapia.

Woody Allen

Woody Allen

LA NEVROSI E LA TERAPIA- Chi conosce un pochetto il nostro, già lo sa: la nevrosi, la paranoia, le sedute psicanalitiche, le fobie, le ossessioni insomma quei mali che attanagliano l’uomo contemporaneo costituiscono una parte fondamentale delle pellicole di Allen. Potrà sembrare banale, ma ogni secolo ha io propri mali: il Trecento ha avuto la peste nera, noi la perenne ansia del vivere quotidiano. La frase appena letta è ovviamente limitativa, ma forse portatrice del principio che sta alla base della Allen Terapia: l’ironia. Il comico, il sarcastico, il buffo. Sono depresso, la mia vita fa schifo, voglio guarire? Devo riderne. Di cosa? Della mia depressione, delle mie nevrosi, della mia vita che va sempre dalla parte opposta rispetto a quella verso la quale desideravo andare.

GERMAINE TILLION, VOLTAIRE – Germaine Tillion fu un’etnologa francese che venne deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück nel 1943. Sempre in quel campo era stata uccisa sua madre. Nemmeno immaginabili la rabbia, l’odio, il rancore, il dolore che questa donna (e non solo lei, purtroppo) fu costretta a sopportare, ma ad un certo punto capì che aveva un solo modo per sconfiggere i nazisti, per uscire viva da quell’inferno di gas e morte. Quale modo? L’ironia, appunto. Così si mise a scrivere un poemetto comico sulla sua condizione e su quella delle altre deportate  (le girls, le chiamava). Una deportata che si mette a ridere della sua condizione di deportata e non lo fa con quella leggerezza che sarebbe impossibile in simili circostanze, ma con la forza di chi ha capito che quella è la sua vita e se non vuole perderla, deve riuscire a vivere quel dolore senza che questo fagociti tutto. E quale modo abbiamo di combattere un dolore? Forse proprio solo quello di riderci su. È mai esistito al mondo qualcuno capace di una forza più grande? Una volta mi hanno detto che un racconto di Voltaire si conclude con questa frase: «E fu allora che compresi che l’allegria è un dovere morale». Che ciò sia vero o no, è bello pensarla così.

LEGGERE IL FOGLIETTO ILLUSTRATIVO- Torniamo a mali decisamente minori rispetto all’ olocausto (per quanto sia possibile stilare una classifica dei dolori umani). Woody non si è limitato a girare solo commedie (ricordiamo i thriller Sogni e delitti, Match Point), ma è sicuramente conosciuto per queste. È indubbio che una delle doti  maggiori di quest’uomo sia l’ironia, la sua caustica, cinica, mordace ironia. E non confondiamo la capacità di ridere di tutto con la stupidità. Ogni film di Woody (e sono tanti) ha per scheletro un senso della vita così pieno da essere sincero e ridicolo e doloroso nel contempo. E in uno dei suoi film più belli, Manhattan, con la semplicità e l’acutezza che lo contraddistinguono, ci regala un meraviglioso elenco di motivi per cui vale la pena vivere: «Perché vale la pena vivere? È un’ottima domanda… Beh!, ci sono certe cose per cui vale la pena di vivere… Per esempio, per me… Uff, io direi… Il vecchio Groucho Marx, per dirne una… e Joe Di Maggio… e il secondo movimento della Sinfonia Jupiter… Louis Armstrong, l’incisione di Potatohead blues… sì, i film svedesi, naturalmente… L’educazione sentimentale di Flaubert… Marlon Brando, Frank Sinatra… Quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne… I granchi da Sam Wu… Il viso di Tracy…». Ma in cosa consiste la Allen Terapia, a conti fatti? Beh, il primo passo è quello di scartare il dramma sentimentale che masochisticamente ci guarderemmo sdraiati sul divano con il nostro bel pigiamone, la vaschetta di gelato e i fazzoletti pronti a raccogliere lacrime (come sono rassicuranti i cliché) e di guardarci, invece, Amore e guerra, di Allen, ovvio, e di ridere, tra una lacrima e l’altra, quando Diane Keaton dice: «Io credo… di essere mezza santa e mezza vacca.» e Woody risponde :«Scelgo la metà che dà il latte.», o Io e Annie. Se vi sentite divisi, scissi, distrutti, invece di guardarvi un drammone svedese, guardatevi Harry a pezzi. E potremmo star qui a elencare uno a uno i film che vi salveranno la giornata. E poi, il secondo passo è quello di imparare a “riderci su”. E se fosse tutto un bluff? Se fosse solo effetto placebo? Bah, basta che funzioni, no?

Elisa Belotti

 

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