Elisa Belotti
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Grand Budapest Hotel: una scatola cinese di emozioni

L’ultima bizzarra avventura regalataci dal pazzo Wes Anderson

Grand Budapest Hotel: una scatola cinese di emozioni
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Ralph Fiennes è Gustave H

Grand Budapest Hotel: Ralph Fiennes è Gustave H

ESSERE UNO ZERO AL GRAND BUDAPEST HOTEL- Questa è la storia di Gustav H, un concierge, che lavora in uno dei più lussuosi hotel di un posto immaginario, e del suo lobby boy Zero Moustafa. Gustav ha l’abitudine di portarsi a letto tutte le ospiti dell’albergo, a patto che queste abbiano alcune caratteristiche: devono essere  bionde, ricche e anziane. Molto anziane. Gli eventi scatenanti le mille peripezie dei due sono la misteriosa morte di una di queste (Tilda Swinton) e il capolavoro – Ragazzo con mela – lasciato in eredità proprio al concierge, scatenando l’ira dei figli della vecchia amante. Centrale, indubbiamente, il rapporto che si instaura tra il giovane fattorino e il suo capo. Per la prima volta in un film di Anderson non vediamo rappresentato sullo schermo il rapporto tra genitori e figli (ricordiamo: I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Il treno per il Darjeeling, Fantastic Mr. Fox, Moonrise Kingdom). Tema tanto caro al regista, che già più volte ha dichiarato di aver profondamente patito la separazione dei suoi genitori. Tuttavia qualcosa di simile accade comunque: Zero permette a Gustav di assolvere a quel compito genitoriale che gli è così distante: i due cresceranno insieme creando quel rapporto magico che esiste solo nelle famiglie più fortunate.

SI TRATTA SOLO DI SCATOLE CINESI-  È errata la credenza che un narratore disponga di un’immaginazione perennemente attiva che gli permette di partorire storie in continuazione: «Sono le storie a venire incontro ai grandi scrittori» dice lo scrittore, appunto, quasi in apertura all’ottavo lungometraggio di Wes Anderson. Capita questo: di solito c’è un Tizio a cui è capitato qualcosa di bizzarro e allora racconta il fatto a un Caio, e questo diffonde la storia che poi giunge a un Sempronio che se la cava bene con la penna e così nascono un romanzo, o un racconto o un film, o tutti e tre, perché no? La struttura di questo film è simile a quella delle scatole cinesi, tre cornici (o scatole) una dentro l’altra; scatola n.1: la lettrice del romanzo, tutta vestita di rosa, che si reca, libro in mano, al monumento eretto in onore dello scrittore del suo romanzo; scatola n.2: lo scrittore stesso, anziano, che ci racconta quanto detto sopra: anche a lui vengono raccontate le storie che poi scriverà; scatola n. 3: il giovane scrittore (Jude Law) che, affetto da solitudine come fosse una malattia alla quale non ci si può sottrarre, diviene avventore del Grand Budapest Hotel. Non più splendido come un tempo, ma in piena decadenza, è tra le mura di questo che egli incontrerà Zero Moustafa (F. Murray Abraham), il proprietario dell’albergo, ex garzoncello dello stesso e «l’uomo più solo del mondo», che gli racconterà la sua, incredibile, storia. Scatola n.4: la storia vera e propria, ovvero le mirabolanti avventure di Gustave H. (Ralph Fiennes) e dello stesso Zero (Tony Revolori). Ma non è finita qui, il nostro regista mette in atto un altro sistema di contenimento e intersezione, anche se non riducibile alla semplicità della matrioska: quello tra la Storia e la storia. Il film è dedicato allo scrittore austriaco Stefan Zweig, una delle più importanti penne mitteleuroperee tra gli anni ’20 e ’30. Le opere di Zweig vennero bruciate dai nazisti nel 1933. Ambientato negli stessi anni, ecco che nel film si intersecano i due piani della Storia reale e della storia fittizia. Siamo nell’immaginaria repubblica di Zubrowka, è vero, ma un plotone simil nazista ferma il treno su cui viaggiano i due protagonisti ben due volte. Lo stratagemma narrativo delle cornici e l’intersezione di realtà e finzione non se le è certo inventate Wes Anderson, ma cosa voleva dirci con tutti questi piani sovrapposti? Forse che tutto si mescola, che ogni storia (che sia quella reale, quella letta nel nostro romanzo preferito, quella che viene raccontata a uno scrittore e quella che vive in un mondo solo immaginato) è connessa alle altre e che non esiste un confine tra il mondo che costruiamo con colori tutti nostri e avventure impossibili e quello nel quale dobbiamo andare a comprare il latte, che è bianco, per forza.

LE POLTRONE SCOMODE AL CINEMA- Abbandoniamo un attimo i ragionamenti astratti e caliamoci nell’ implacabile imporsi del contingente: chi scrive ha guardato questo film sedendo su poltrone veramente troppo scomode. Sono certa che questa problematica ha toccato tutti noi, almeno una volta nella vita. Il caso qui è diverso: il cinema era pieno (buon segno, direi) e così gli sventurati dell’ultimo minuto si sono ritrovati ad occupare la prima fila: torcicollo post visione assicurato. È comprensibile che tale premessa non preannunci nulla di buono, e invece no! Nonostante tutto, quel rosa, quelle pose grottesche, quel ritmo incalzante come solo nelle slapstick comedy ti fanno dimenticare la tua postura da limbo, il mal di schiena e le frustrazioni quotidiane. «Cosa vorrai fare da grande, chiedeva Sam a Suzy in  Moonrise Kingdom:«Vivere all’avventura. Non rimanere mai bloccata in un posto solo». E quando Anderson fa un film, credetemi, vi porta in posti che non potete nemmeno immaginare, anche se siete bloccati in una scomodissima poltrona al cinema.

Elisa Belotti

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