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Noah, un difettoso kolossal d’autore

Il film di Aronofsky sul diluvio universale si ammanta di filosofia New Age e pur non distaccandosi troppo dal testo perde il contatto con le necessità drammatiche

Noah, un difettoso kolossal d’autore
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IL SILENZIO DEL CIELO – Nelle parole che in qualche modo accomunano Noè, discendente di Set, e Tubal-Cain, della stirpe di Caino, sembra celarsi il senso ultimo di un film apparentemente inutile: “Sono qui, mio Creatore. Parlami”. Entrambi sono uomini. Entrambi sono figli di Dio fatti a sua immagine. Allora perché Egli non parla con loro? Perché si limita a raggiungere il primo in sogno e ad avvertirlo della tempesta attraverso immagini sconnesse? Inoltre, perché un autore affermato come Darren Aronofsky ha deciso di realizzare questo kolossal? Impossibile dare una risposta definitiva e soddisfacente. Quello che è certo è che il regista si è posto e si pone le stesse domande. Il suo eroe ne è persino ossessionato. Non è più il patriarca descritto nelle Sacre Scritture, ma piuttosto l’incarnazione dell’uomo (americano) moderno alle prese con un Mito dell’umanità. Il Mito del paradiso negato. Del peccato originale. Del desiderio di riscatto.

Russell Crowe nel film "Noah"

Russell Crowe nel film “Noah”

VI RACCONTO UNA STORIA – In un tempo lontano, entità celesti chiamate Vigilanti hanno scelto di cadere sulla Terra per aiutare l’umanità a migliorare la propria vita. Ora si aggirano in luoghi desolati in forma di giganti di pietra. Nel frattempo, il Creatore annuncia in sogno a Noè, protettore del creato, che presto un grande diluvio segnerà la fine dell’umanità e un nuovo inizio per le creature innocenti che questi metterà in salvo dentro un’enorme arca insieme alla moglie, i figli e una giovane orfana rimasta sterile. Per fare ciò, chiederà l’aiuto di suo nonno Matusalemme, che abita una grotta su un’isolata montagna. Ma il cinico Tubal-Cain, re di una comunità allo sbando, dimostrerà di essere pronto a tutto pur di sopravvivere.

NON PENSARE DI ESSERLO.. CONVINCITI DI ESSERLO – Per certi versi, “Noah” ricorda “Codice Genesi”. Forse perché Aronofsky e i fratelli Hughes – come Andy e Lana Wachowski e Tom Tykwer – appartengono alla medesima generazione. Quella cresciuta a pane e filosofia New Age, a Joe Dante e videogiochi. In un’epoca (gli ultimi anni Ottanta) esteticamente fuori controllo e in galoppante decadenza. Un’epoca di passaggio tanto contorta quanto ingenua. Così nasce l’amore di Aronofsky per le varie tecniche d’animazione grafica, la numerologia e l’impatto delle droghe allucinogene. E nel recente kolossal si palesa un altro interesse dell’autore newyorkese, che è quello per la teoria della predestinazione: Noè vede (anche se in sogno); Noè sa; Noè deve. Proprio come Neo nella trilogia di “Matrix”. Come Eli, che pur cieco ha sempre con sé il suo libro. E nella sua profonda contraddittorietà, il film con Russell Crowe rispetta il riferimento letterario in un fondamentale dettaglio: Noè ha una missione da compiere, costi quello che costi. Alla fine sarà costretto a scegliere tra il senso del dovere e la propria coscienza. Questo è il cinema hollywoodiano.

BREVE COMMENTO CRITICO – Eppure siamo a un passo dal fantasy e, spesso, dal (ridicolo?) retorico. Infatti, tra licenze drammaturgiche e trovate visive, la pellicola si disgrega in una serie di scene madri senza ottenere né ritmo né organicità. Tra gli attori, solo Jennifer Connelly riesce a dare reale dignità al personaggio. Nel complesso curiosa e a suo modo (paradossalmente) coerente, ma infondo un’opera che delude un po’ tutti.

Alessandro Amato

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