Michele Lasala
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Giovanni Bellini e il Cristo ‘triumphans’ della “Pietà” di Brera

Il restauro della "Pietà" di Giovanni Bellini è lo spunto per una mostra (dal 9 aprile al 13 luglio) dedicata alla figura di Cristo nella produzione pittorica di questo grande maestro rinascimentale

Giovanni Bellini e il Cristo ‘triumphans’ della “Pietà” di Brera
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Giovanni Bellini, "Pietà", 1465-1470, Milano, pinacoteca di Brera

Giovanni Bellini, “Pietà”, 1465-1470, Milano, pinacoteca di Brera

Il tema della Pietà, accanto a quello della Madonna col Bambino, rappresenta uno dei soggetti più frequenti nella intera e vasta produzione pittorica di Giovanni Bellini, certamente il più importante maestro veneto della seconda metà del Quattrocento. Un soggetto costante, quasi ossessivo è stato, effettivamente, il compianto su Cristo morto nella mente del Giambellino, declinato in diverse e molteplici maniere poi nella dimensione della materia pittorica, divenendo così quasi la vera cifra stilistica del pittore. Giovanni Bellini è il maestro delle Pietà, il maestro dei Cristi potenti, vincitori, trionfanti, mai veramente morti; sempre vivi, piuttosto, nella carne e nello spirito; sempre presenti nel testimoniare al mondo la potenza del Padre e la grandezza dell’Uomo. Cristi sorretti da angeli estremamente delicati, da Madonne affrante, rassegnate, ma certe del Destino, certe del Giudizio. Tante Pietà, tanti Compianti, ma tutti diversi fra loro.

COMMESSE D’ARTE – “Esercizi di stile”, si potrebbe dire,  fatti non certo per puro divertimento alla Raymond Queneau, ma per soddisfare le voglie della committenza privata del tempo. Nonostante la serialità del soggetto sacro, Bellini non cade mai nel banale; non ripete mai se stesso; non è mai uguale, noioso, statico. È capace, al contrario, di dipingere cose diverse, diversissime, pur dipingendo la stessa cosa. Capace, altresì, di rendere sempre “attuale” nel linguaggio della pittura, un fatto, un pensiero, un’idea. La lingua di Bellini non è mai arcaica, obsoleta, chiusa nei suoi schemi grammaticali e sintattici; al contrario, essa è aperta ad accogliere sempre neologismi, sempre nuovi impulsi, sempre nuove sensazioni.

LA PIETA’ – Della serie, quella più toccante, più spirituale, nonché la più compiuta, è la Pietà della pinacoteca di Brera, dipinta intorno al 1460 (stando alla Goffen, al Longhi, al Pallucchini del 1959, a Bottari, a Pignatti) o intorno al 1470 (considerando le tesi di Dussler, di Robertson, di Belting). Mentre a collocarla tra queste due date ci ha pensato Humfrey che la data tra il 1467-68. Anchise Tempestini, considerando il linguaggio ancora non troppo “olimpico” di Bellini, giustamente tende a collocare l’opera verso la fine del settimo decennio del Quattrocento, «per il ricordo delle opere ancora mantegnesche sia nel paesaggio che nella capigliatura dell’apostolo e, dall’altro lato, per la maturità che l’artista dimostra qui in confronto con i trittici della Carità e con il polittico di San Vincenzo Ferrer, e che però non raggiunge ancora il classicismo olimpico dell’Incoronazione di Pesaro».

L’EREDITA’ DI MANTEGNA E IL CRISTO TRIONFANTE- C’è, in effetti, in quest’opera, un evidente richiamo al linguaggio espressivo di Andrea Mantegna, soprattutto nella straordinaria figura di San Giovanni Evangelista, alla sinistra del Cristo, che del Mantegna ha l’acconciatura, lo sguardo, il volto spigoloso quasi marmoreo, la potenza plastica del corpo. È un Giovanni che non vuol guardare Cristo; preferisce rivolgere lo sguardo altrove, in un punto fuori dal quadro, in uno spazio che è già quello della Resurrezione.

La Madonna, avvolta in un manto scurissimo, figura completamente opposta a quella dell’Evangelista, abbraccia, invece, il corpo del Figlio avvicinandosi fin quasi a toccare, col suo, il volto di Cristo, instaurando col Redentore un rapporto di estrema intimità. Colpisce qui il dialogo muto che sta consumandosi tra la Madre e il Figlio, quasi una confessione; un dialogo di cui non possiamo ascoltare le singole parole, ma di cui possiamo intuire il senso, il significato: quello della Verità. Cristo, anche nella morte, continua a vivere e a comunicare agli uomini la potenza del Verbo. Una potenza che si manifesta plasticamente nel suo corpo robusto, atletico, possente, ma soprattutto nel pugno della mano sinistra che poggia vigorosamente sul sarcofago: segno che testimonia non certo la fine di una storia, bensì l’inizio di una nuova era. La Vita che trionfa sulla morte. Un pugno simbolo della Resurrezione e insieme della divina onnipotenza, che trascende la volontà perversa degli uomini così come il corso inesorabile del tempo. È davanti a noi non già un Cristo patiens, ma un Cristo triumphans. Cristo è in piedi a testimoniare, da morto, la Vita e l’eternità, nella nudità del suo corpo e nella forte espressività del suo volto, scavato e segnato dalla Passione.

Michele Lasala

LA MOSTRA – In occasione del recente restauro della “Pietà” di Giovanni Bellini, conservata nella Pinacoteca di Brera di Milano, è stata allestita una mostra, nello stesso museo milanese,  dal 9 aprile al 13 luglio, dedicata a un rilettura dell’ evoluzione del tema del ‘Cristo in Pietà’ nell’arte di questo maestro rinascimentale veneziano.

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